INTERVISTA A STEFANO BESSONI di Maurizio Macchi
Non so se film come "Imago mortis" faranno rinascere o no il genere horror in Italia, ma resta il fatto che vedere una buona opera di genere nelle mani di un regista italiano è una cosa senz'altro incoraggiante. Stefano Bessoni si chiama questo regista italiano e Pellicola Scaduta, che lo ringrazia per la sua disponibilità, l'ha intervistato.
Prima di parlare di "Imago mortis", potresti raccontarci qualcosa su come hai iniziato a fare cinema, sui tuoi corti e mediometraggi (tra cui sicuramente vale la pena citare "Grimm e il teatro della crudeltà" e "Asterione") e sul tuo lungo d'esordio, "Frammenti di scienze inesatte"?
Incredibile, conosci "Grimm e il teatro della crudeltà" e "Asterione"! Sono due vecchi lavori degli anni '90, quando la mia vocazione di film-maker non era contaminata dal cinema commerciale e dalla prigione della storia (storia intesa in senso di script, chiaramente). In quel periodo lavoravo ancora su un cinema concettuale, molto distante dalle strutture necessarie per ottenere una distribuzione ufficiale.
"Grimm e il teatro della crudeltà" è un'incursione macabra nel mondo delle fiabe visto attraverso
gli occhi di Antonin Artaud dopo una seduta di elettroshock. E' un film di forte impianto teatrale dove, tra dialoghi con scrittori di fiabe deviati e ribaltati perché incontrati al di là di uno specchio, lo stordito Artaud esplica alcuni concetti di base del suo Teatro della crudeltà.
"Asterione" invece è una libera trasposizione del racconto di Jorge Luis Borges La casa di Asterione dove il minotauro, rinchiuso nella solitudine e nel dolore della sua prigionia all'interno del labirinto, attende come una liberazione l'arrivo di un eroe che possa ucciderlo e finalmente liberarlo dalla sua condanna, cosa che stupirà Teseo quando racconta ad Arianna che il mostro non si è quasi difeso e si è lasciato uccidere senza opporre resistenza. E' anche questo un lavoro fortemente teatrale, con una struttura che si inserisce nel filone neobarocco aperto da Peter Greenaway con "L'ultima tempesta" e "The baby of Macon".
"Frammenti di scienze inesatte" è invece il mio primo vero progetto cinematografico, nel senso commerciale e standardizzato del termine, e nasce dalla necessità di fare qualcosa in attesa della partenza di progetti più impegnativi e costosi. Sentivo l'esigenza di fare qualcosa anche a basso budget. Così presi tre storie da tre sceneggiature differenti - tre frammenti per l'appunto - e realizzai "Frammenti di scienze inesatte" in digitale. Un film molto personale, un assaggio dei tanti film che vorrei realizzare in futuro. E' un film che tratta di scienze anomale, di generazione spontanea, di morte, di anatomia, di angeli, di superstizioni...
Sono una persona che è profondamente ed irreversibilmente ossessionata dalle immagini e che, per trasformare questa patologia in qualcosa di costruttivo, altra scelta non ho avuto che dedicarmi al cinema. Ho trascorso anni a disegnare e a produrre film indipendenti prima di approdare, dopo tanti sacrifici, alla realizzazione del mio primo progetto importante: "Imago mortis".
Ho amato il cinema fin da bambino ma la mia folgorazione per il mezzo cinematografico è avvenuta intorno alla metà degli anni '80 vedendo un film di Peter Greenaway: "Giochi nell'acqua", una vera illuminazione. E ricordo che nella stessa settimana vidi anche "Il cielo sopra Berlino" di Wenders, film che oggi considero il mio preferito in assoluto e che ritengo qualcosa di cinematograficamente sublime. Da quel momento in poi ho capito che il mio futuro, in un modo o nell'altro, sarebbe stato nel cinema.
"Imago mortis": come ti sei trovato alla regia di questa interessante coproduzione italo-spagnola?
E' stato un lungo viaggio, iniziato nel 2003. Si sono avvicendate molte produzioni e persone, e molte volte ho addirittura dubitato che il progetto potesse essere realizzato e vedere la luce (o meglio, il buio di una sala cinematografica). Poi improvvisamente tutto si è messo a posto soprattutto grazie all'intervento dei co-produttori spagnoli ed il film è finalmente stato realizzato.
Non è stato un percorso facile e sono dovuto continuamente sottostare a richieste e compromessi che a mio avviso hanno reso il film meno profondo di quanto avessi voluto, nel senso della storia, dei personaggi e soprattutto dei contenuti. Ho avuto enormi problemi a mantenere il controllo del progetto, dal punto di vista autoriale e personale, e devo dire che alla fine non ce l'ho fatta a proteggere completamente le mie idee. A volte è stata una battaglia insostenibile e le forze si sono affievolite inevitabilmente. Ciò che ha risentito particolarmente delle continue richieste di cambiamenti e di tutte le imposizioni subite è stato lo script, infatti la storia del film è divenuta troppo lineare, per non dire banale.
Comunque si tratta pur sempre di un primo film, che sotto molti punti di vista mi soddisfa molto, soprattutto per quanto riguarda l'aspetto visivo.
Il fatto che "Imago mortis" è ambientato in una scuola di cinema (a proposito, Stefano Bessoni è anche docente di regia alla NUCT di Cinecittà, NdR.) e che tu sei un grande appassionato di disegno, pittura, fotografia e illustrazione, conferma - come hai detto prima - la tua ossessione per l'immagine. Quanto è importante per te, prima di girare un film, concretizzarne la trama e i personaggi in disegni, bozzetti, storyboard?
I bozzetti, gli schizzi e gli appunti grafici sono fondamentali; lo storyboard un po' meno: come sostengono molti registi, lo storyboard è fatto per non essere rispettato.
Poi ripeto, è vero, io sono fortemente ossessionato dalle immagini e dai sistemi escogitati per produrre immagini, di qualsiasi natura siano: dalla matita alla cinepresa, passando per la macchina fotografica e la lanterna magica.
La mia formazione è legata all'illustrazione e al fumetto. Prima di approdare al cinema ho trascorso anni ad inventare un universo su carta popolato da centinaia di personaggi che non aspettavano altro che l'incarnarsi nel corpo di un attore per poter esprimere i propri sentimenti, le proprie emozioni, le proprie ossessioni. Penso che questo sia estremamente importante perché mi pone nei confronti del mezzo cinematografico come creatore d'immagini, come sperimentatore visivo, e mi impone di utilizzare la macchina da presa come uno strumento ideale per dare vita al mio mondo immaginario, quasi una specie di pennello magico che permette ai miei personaggi di staccarsi dal foglio di carta.
Credo nelle enormi potenzialità della tecnologia digitale in alta definizione e vorrei lavorare e sperimentare proprio con questi mezzi al fine di poter intervenire sul colore, sulle luci, poter inserire elementi inesistenti, cancellare elementi reali, creare un'impaginazione grafica. Voglio lavorare insomma sul supporto filmico come fa un pittore sulla carta e con la stessa libertà di calligrafia che si ha quando si impugna una matita.
Protagonista di "Imago mortis" è il giovane Alberto Amarilla, ma nel cast ci sono anche nomi come quelli di Geraldine Chaplin (figlia di Charlie), Oona Chaplin (nipote di Charlie) e Jun Ichikawa (che ha lavorato con Ermanno Olmi, Eugenio Cappuccio e Dario Argento). Come ti sei trovato con loro? Come ti approcci solitamente per dirigere gli attori sul set?
Mi sono trovato bene, anche se avrei voluto che il protagonista fosse meno triste e potesse fornire anche altri aspetti, a volte giocosi, della propria personalità. Avrei voluto che si notasse un arco di trasformazione dall'inizio alla fine della pellicola, ma questo purtroppo non si vede ed è un vero peccato. Certo, sono soddisfatto di quello che c'è e che si vede nel film, ma avrei voluto pure dell'altro, di più. Alberto è un bravissimo attore ed una persona molto sensibile, ma tende a non ascoltare troppo le indicazioni e a seguire la sua personale idea del personaggio. Questo ha fatto sì che si creasse un rapporto tra me e lui un po' conflittuale, che sicuramente non ha giovato a rendere ottimale il carattere del protagonista del film.
Il problema è da attribuire ai tagli subiti dalla sceneggiatura, alla mia inesperienza, alla fretta che ti viene messa per terminare le scene all'interno di un piano di lavorazione da incubo, che ti soffoca letteralmente e non ti lascia lo spazio per poter provare strade differenti.
Mi sono trovato invece benissimo con Geraldine Chaplin e Alex Angulo, delle autentiche macchine da set.
Ad ogni modo, nei prossimi film spero di potermi gustare di più il lavoro con gli attori e di poter creare con serenità le personalità - più sfaccettate possibili - dei miei personaggi.
Sono rimasto molto affascinato dalla fotografia di "Imago mortis", che è del prolifico Arnaldo Catinari (è stato ddf. di più di 50 film, tra cui "Radiofreccia", "Almost blue", "Chiedimi se sono felice", "My name is Tanino", "Caterina va in città", "Agata e la tempesta", "Il caimano", "H2Odio", "L'aria salata", "Nero bifamiliare", "Notturno bus"). Quanto è importante il direttore della fotografia per un regista attento all'immagine come te?
E' fondamentale! E chiaramente si cerca di scegliere un direttore della fotografia che illumini nel modo esatto che hai in mente, che rispetti la tua idea di colore, di composizione dell'immagine. Arnaldo è uno dei migliori in Italia e ci siamo sempre trovati bene, siamo sempre andati d'accordo.
Al di là del film in sé, una cosa che ho trovato molto interessante a proposito di "Imago mortis" è il contesto nel quale è nato e cresciuto, un contesto che si trova a coniugare citazioni del cinema di Argento, Bava, Freda e Avati e le moderne grandi produzioni horror internazionali. In Spagna recentemente l'horror è infatti rinato in maniera estremamente significativa. In Italia, secondo te, si tornerà mai a fare cinema di genere dopo gli ormai lontani fasti degli anni '70?
Non lo so sinceramente. Sarebbe già un bel risultato se si continuasse a fare cinema, vista la situazione nella quale ci troviamo.
Io ho sempre guardato fin da piccolo il cinema di genere, italiano e straniero, ma se devo dirti la sincera verità, egoisticamente, non so quanto mi interessi tutto questo, e cioè se ci sarà una rinascita del cinema di genere in Italia. Io voglio fare i miei film ed è normale che poi questi vengano etichettati all'interno di un genere o di un altro. Fare un film di genere oggi in Italia, ed in particolare un horror, significa esporsi ad un grosso rischio e avere gli occhi di tutti puntati addosso. Il film è stato caricato di una responsabilità enorme, ovvero di riavviare in Italia un genere da tempo assopito: una cosa del tipo, se il film va bene: «E' rinato l'horror in Italia!», se il film va male: «L'horror in Italia è definitivamente morto». Io ho cercato di fare un film a tinte horror che non cedesse allo splatter e che fosse impregnato delle mie passioni. L'ho fatto onestamente, seguendo le indicazioni dei miei produttori e cercando di superare una serie infinita di ostacoli che non mi metto ad elencare. Cristina Borsatti (FilmTV) lo ha definito il primo film del nuovo cinema horror italiano e devo dire che questo è un bellissimo complimento, direi addirittura un augurio. Continuerò su questa strada anche se non voglio fare film senza approfondimenti di mie tematiche personali e privi di uno sguardo autoriale. Sicuramente ce la metterò tutta per correggere i difetti, per caratterizzare il mio stile e la mia poetica e per cercare di arrivare a fare qualcosa che possa soddisfare il pubblico e la critica.
Penso comunque che sia riduttivo leggere "Imago mortis" semplicemente come un film horror. Esso nasce dal desiderio di costruire una favola nera incentrata sull'ossessione per le immagini, una fiaba gotica popolata di spettri terribili, di ragazzi indifesi che cercano di sfuggire ad un gioco sanguinario e di anime candide che, dopo un esistenza tormentata, non esitano a sacrificarsi nel nome del bene. E' un film sulle immagini e sul loro utilizzo come strumento per fermare il tempo e vincere, seppure in maniera effimera, la morte. In "Imago mortis" si parla di disegni, di fotografie, di cinema e di cinema nel cinema, il tutto sospeso in un atmosfera lugubre, sotto la costante minaccia di un misterioso complotto che si annida tra le mura di una vecchia scuola di cinema, il Murnau Institute. Nel film si racconta di una stramba quanto cruenta tecnica per catturare le immagini denominata thanatografia. Le scienze occulte, l'alchimia e la storia della scienza (sia quella ufficiale che quella delle cosiddette scienze anomale o inesatte) mi hanno sempre attratto. Ho affrontato diversi studi sull'argomento, mi sono documentato il più possibile e la cattura delle immagini è senza dubbio uno dei mondi più affascinanti in cui mi sia imbattuto. Catturare la morte nell'occhio di un cadavere è qualcosa che va al di là di ogni immaginazione, nonché un tema che ha a che fare direttamente con qualcosa di soprannaturale. Tutto questo poggia le sue basi su reali sperimentazioni scientifiche, sugli effettivi studi di Athanasius Kircher, sulle esperienze ottiche di Newton, sugli studi anatomici e scientifici dell'epoca barocca e anche su ricerche più moderne. La cattura dell'ultima immagine attraverso il fenomeno ottico della persistenza retinica, scoperto realmente nel '700 dall'abate Nollet, ha già trovato molto spazio nel cinema, nella letteratura e in diversi fumetti, ma ho pensato che potesse essere un formidabile spunto per trattare il tema della morte. Poi soprattutto mi sono reso conto che non era mai stato affrontato come una vera e propria
antica disciplina scientifica, come uno studio ossessivo precursore della fotografia che potesse portare ad uccidere delle persone per appropriarsi di un immagine.
L'ho citato prima: Pupi Avati. Tu hai lavorato con lui - sei stato storyboard e digital effects artist nel suo "I cavalieri che fecero l'impresa" -, quanto è stata importante per te quest'esperienza?
Ricordo che gli spedii una videocassetta con dei miei cortometraggi e lui mi contattò immediatamente, tre o quattro giorni dopo, e mi chiese se avevo voglia di collaborare con lui per i suoi film come visual artist. Chiaramente accettai con entusiasmo e cominciai a disegnare quello che lui scriveva sulla carta, poi ne discutevamo e cercavo attraverso le mie illustrazioni di visualizzare quello che sarebbe poi divenuto un suo film. Poi, in occasione delle riprese, ho fatto anche il lavoro di storyboard artist, disegnando interamente, inquadratura per inquadratura, il suo film "I cavalieri che fecero l'impresa". Sullo stesso film ho lavorato anche per diversi mesi in post-produzione, sugli effetti digitali. Chiaramente è stato il primo passo verso il cinema vero e sono stati anni in cui ho imparato tante cose.
E di Dario Argento che mi dici? Quanto ha influenzato il tuo cinema? Se non sbaglio, per "Imago mortis" hai lavorato con Richard Stanley, grande amico di Argento.
Lo ammiro molto, soprattutto per i suoi vecchi lavori come "Profondo rosso", ma devo dire che non mi ha mai influenzato direttamente. Stanley è stato uno dei tanti revisori dello script che si sono avvicendati negli anni, ma nelle ultime stesure non rimane la minima traccia del suo apporto.
Quali sono i registi - horror e non - del passato e del presente che preferisci?
Gli autori che stimo e che inevitabilmente influenzano il mio lavoro di regista sono tutti autori fortemente caratterizzati, riconoscibili dopo poche inquadrature, che possiedono uno stile inconfondibile ed una poetica molto vicina alla mia. Ammiro Jean-Pierre Jeunet per il suo mondo grottesco, fumettistico, colorato, poetico; Tim Burton per il suo universo oscuro incentrato sulla diversità; Peter Greenaway per il suo rigore scientifico, per il suo stile pittorico e per il suo essere barocco, enciclopedico, artificioso, anacronistico; Wim Wenders per la sua folle poesia a ritmo di rock e la sua agile calligrafia cinematografica; Guillermo Del Toro per i suoi personaggi usciti direttamente da un vecchio libro di fiabe trovato in un vecchio baule in soffitta; Roman Polanski per la sua teoria del complotto, per la fobia per gli spazi chiusi e per la sua faccia da attore ideale di sé stesso, che come nessun altro riesce ad incarnare il proprio doppelganger; Terry Gilliam per il suo folle baraccone di curiosità e stranezze che lo trasforma in un moderno Barnum; e poi sicuramente Jan Svankmajer ed i fratelli Quay, pionieri e scienziati pazzi di quella stramba disciplina che è l'animazione in stop-motion.
Credo che il cinema - e quello horror in particolare - sia oggi la naturale evoluzione di quella forma di narrazione popolare che è la favola. I fratelli Grimm, con le loro storie zeppe di morti che ritornano, orchi sanguinari, genitori che fanno a pezzi i bambini e poi li mangiano, altro non sono che i primi registi horror della storia. Peccato che il cinema sia stato inventato solamente un
paio di secoli più tardi. E poi c'è Freud, i suoi studi sul Perturbante, il Doppelganger. Quindi è bene fare attenzione quando parlo di horror, perché il mio concetto di orrore è ben diverso dall'accezione che oggi viene commercialmente e superficialmente attribuita a questo termine. Il mio vuole essere un cinema a tinte orrorifiche che affonda le proprie radici nelle paure più profonde che si nascondono nel cuore dell'animo umano.
Su IMDb, la Bibbia di noi cinefili, vedo che la tua pagina riporta Galgenlieder - I canti patibolari come produzione per il 2010, ma sul tuo blog leggo che in programma hai anche molto altro: Alice sottoterra, Falene, Il viaggio di Peter Morgenstern, Il paese delle scienze inesatte. Ci puoi dire qualcosa di questi tuoi progetti futuri?
Sì, tantissimi progetti. Ho alcune sceneggiature già pronte, altre ne sto scrivendo e spero che mi venga data la possibilità di realizzare questi miei film. La mia intenzione è quella di sviluppare e controllare lo script con largo anticipo rispetto alle riprese, evitando così di ripetere errori ed ingenuità concentrandomi sugli attori, sul visuale e sull'aspetto registico. Vorrei soprattutto lavorare su qualcosa che possa rispecchiare meglio le mie peculiarità espressive, senza dover a tutti i costi portare il vessillo della commerciabilità. Questo non significa che io non voglia fare film per il grosso pubblico, certamente no, vorrei solamente lavorare su qualcosa che non venga frainteso e possa essere criticato - nel bene e nel male - per quello che è. In questo momento sto lavorando a Galgenlieder - The gallows songs, un film sulle filastrocche macabre di Christian Morgenstern e a Moths, una storia di spettri ed insetti, ambientata in un tetro istituto di zoologia sperduto sulle coste inglesi. E poi c'è un piccolo progetto indipendente a cui tengo molto: Kaspar Toporski - Appunti di un filmaker immaginario.
Maurizio Macchi