INTERVISTA A LUIGI COZZI di Matteo Contin


Quelle che seguono sono solo le prime domande dell'intervista che, per motivi di spazio, è contenuta integralmente in questo file PDF di 76 pagine.

Tutto è iniziato con "Starcrash" e le sue esplorazioni pop-cosmiche. Mau me lo aveva spacciato come immenso b-movie, ma aveva qualcosa di più: vuoi la fotografia, vuoi la fantascienza girata da un italiano, vuoi tutto l'alone che si era creato intorno (Lucas si era ispirato a questo film per alcune cose della sua saga!), fatto sta che Luigi Cozzi è diventato, nel giro di una settimana, una specie di tormentone. Qualsiasi cosa facessi mi imbattevo sempre nel suo nome: cerco in biblioteca un libro su Dario Argento ed è scritto da lui; acquisto il DVD de La porta sul buio e scopro che un episodio è diretto da lui; navigo sul sito del Busto Arsizio Film Festival e scopro che Luigi Cozzi è nato proprio a Busto Arsizio, vicino a casa mia. Questo fino a quando infine scopro che Luigi lavora al Profondo Rosso Store di Dario Argento a Roma.
Dopo una breve ricerca su Internet recupero l'indirizzo e-mail del negozio e scrivo, con la speranza che risponda qualcuno. La risposta è lapidaria, forse scocciata penso, un «Cosa volete sapere?» di chi non vuole essere disturbato. Eppure l'intervista comincia, per scoprire che dietro a quella risposta di pietra si cela in realtà un uomo disponibile a rispondere in modo esauriente ad ogni domanda e a sopportare la mia troppa curiosità. E dalle sue risposte non passano solo aneddoti, notizie biografiche e note di produzione, ma esplode in modo sconcertante l'amore che Luigi Cozzi ha per il cinema e per la fantascienza. E in questa breve e spensierata introduzione alla sua intervista, lo ringrazio di cuore, augurando a voi una buona lettura.

Il tuo esordio nel mondo del cinema è nel 1969, con "Il tunnel sotto il mondo". Eppure non sei partito con l'idea di fare cinema. Hai infatti un passato di critico musicale (per la rivista Ciao 2001) e da curatore, scrittore, traduttore e saggista di tutto ciò che ruota attorno alla fantascienza. Com'è nata in te l'idea di diventare regista? Insomma, a leggere la prima parte della tua biografia sembri più un uomo di lettere che di immagini, eppure ti sei cimentato sin da subito con generi che fanno dell'immagine il primo veicolo con cui porsi al pubblico.

Sin da bambino ho sempre sognato di fare il regista e lo scrittore di fantascienza. Ma quando ero giovane il cinema esisteva soltanto a Roma ed io ero di Milano. Allora lì non c'era nemmeno la televisione, niente, era il deserto, e quindi entrare nel mondo dello spettacolo mi sembrava impossibile. Invece l'editoria era tutta a Milano e così mi sono dato da fare per entrare in quel mondo e ci sono riuscito sin da giovanissimo, perché mi è sempre piaciuto tantissimo scrivere.
Sono nato nel 1947 e già nel 1963 ho cominciato a pubblicare racconti e articoli sulle riviste. Facevo traduzioni e, sempre nello stesso anno, sono stato io a fondare la prima fanzine italiana, Futuria Fantasia. Intanto però inseguivo sempre il sogno del cinema: giravo in 8mm pellicole horror e di fantascienza, ovviamente lunghe al massimo venti minuti, impiegando come attori gli amici, i compagni di scuola e i parenti. Poi sono entrato a conoscere un po' di gente nel mondo di quelli che facevano la pubblicità, ho conosciuto montatori, sincronizzatori, operatori. E così alla fine, sempre a Milano, sono arrivato a girare il mio primo lungometraggio, che è appunto in 16mm e che si intitola "Il tunnel sotto il mondo".
Però il mondo del cinema continuava ad essere a Roma e così mi decisi: dovendo fare il militare, invece di farmi racco-mandare per andare vicino a casa, mi sono fatto raccomandare per farmi mandare a Roma, con l'intento di utilizzare quell'anno romano sotto la naja per cercare di conoscere la gente del cinema e di introdurmi nell'ambiente. Così ho fatto e ci sono riuscito, dato che mentre ero sotto la naja ho conosciuto Argento, Margheriti, Bava, Freda e, ad un certo punto, tutti mi hanno chiesto di collaborare con loro.
Nel frattempo, sempre a Roma, ho trovato pure lavoro come redattore della rivista di musica Ciao 2001 e così, quando è finito il servizio militare, mi sono ritrovato qui nella capitale con tanto di lavoro, grazie al quale ho preso in affitto una casa. Ovviamente non sono più tornato a Milano, con grande dispiacere dei miei genitori.

Partiamo proprio da "Il tunnel sotto il mondo". Nonostante sia un film semi-amatoriale che non ha trovato distribuzione nelle sale cinematografiche se non anni dopo durante qualche festival, risulta essere un film veramente importante per il cinema italiano. Oltre che essere una delle prime pellicole a sfondo fantascientifico prodotta e realizzata nel nostro paese, la sua forza sta in una trama veramente innovativa per l'epoca, anche considerando i film d'oltreoceano.

Verso il 1965, durante la mia attività fantascientifica letteraria, ho conosciuto lo scrittore americano Frederik Pohl, uno dei quattro autori di fantascienza più celebri del mondo. Siamo diventati amici e così, intorno al 1968, ho pensato di chiedergli se mi regalava i diritti del suo racconto più polemico e famoso, che si intitolava, appunto, The tunnel under the world, uscito per la prima volta nel 1955. Lui ha accettato e così mi sono messo al lavoro con Alfredo Castelli – oggi direttore della Sergio Bonelli e creatore del fumetto Martin Mystere –, che all'epoca era un giovane autore di soggetti per le storie di Diabolik. Insieme abbiamo scritto la sceneggiatura de "Il tunnel sotto il mondo" e io ho cominciato a cercare qualcuno che producesse il film. Siccome non l'ho trovato, alla fine, con Castelli, m'è venuta l'idea di autoprodurlo. L'abbiamo fatto, girandolo tutto a Milano in soli quattro giorni, poi il film è stato preso e proiettato al Festival del Film di Fantascienza di Trieste, nel 1969, mi pare.
A quel punto sui giornali sono uscite recensioni abbastanza positive e così il circuito delle sale d'essai alternative italiane (Filmstudio, etc.) ha preso il film, che è stato quindi proiettato per qualche anno in quei cinema. Poi il film è quasi scomparso, ma adesso in Francia ne hanno fatto una bella edizione in DVD, che contiene anche la lingua italiana e che è abbinata ad un altro mio film successivo, "Contamination - Alien arriva sulla Terra".
"Il tunnel sotto il mondo" era molto all'avanguardia anche alla fine degli anni '70, perché in pratica il racconto di Pohl è identico a "The Truman show" di Peter Weir, o meglio, è "The Truman show" che ha ricopiato il famoso racconto di Pohl. Allora, negli anni '70, in Italia si capivano poco le tematiche sulla pubblicità ossessiva descritta da Pohl e sull'invadenza della televisione, tutte cose che qui allora non esistevano e neanche ce le immaginavamo. E così paradossalmente oggi la gente capisce molto di più di quello che dico in Il tunnel sotto il mondo. Non a caso è proprio ora che mi sta dando parecchie soddisfazioni. Nel film ci sono inoltre brani presi anche da altri autori oggi classici di fantascienza, ma nel 1969 quasi sconosciuti, come ad esempio Ballard, Bradbury e Vonnegut: citazioni che mi sono divertito a fare da appassionato del genere.

Dopo "Il tunnel sotto il mondo" ti sei trasferito quindi a Roma e hai fatto la conoscenza dei grandi registi del genere, tra cui Dario Argento, che poi ti darà la possibilità sia di scrivere il soggetto di "4 mosche di velluto grigio", sia di tornare dietro la macchina da presa grazie alla mini-serie televisiva La porta sul buio, di cui hai diretto il primo episodio (tra l'altro tratto da un tuo racconto). Com'è stato lavorare con un Dario Argento giovane, ancora impegnato a costruirsi un suo stile definito, ma già promettente per la sua visionarietà?

Come ho detto, quando ho finito il servizio militare e mi sono trasferito a Roma, ho cominciato a lavorare fisso come redattore della rivista musicale Ciao 2001, allora la più venduta del genere in Italia (in tale veste ho seguito anche la tournée dei mitici Rolling Stones, conoscendo ed intervistando tante celebrità della musica). Nel frattempo ho continuato a coltivare l'amicizia con Mario Bava, Riccardo Freda e Antonio Margheriti, amicizia che avevo stabilito intervistandoli. Tutti e tre a un certo punto del 1970 mi hanno chiesto di scrivere il soggetto di un film per loro, e Margheriti era persino disposto a farmene dirigere uno. Poi ho visto al cinema "L'uccello dalle piume di cristallo" e l'ho trovato un film straordinario. Mi sono così attivato grazie alle conoscenze di Ciao 2001 per conoscere il regista e per fargli un'intervista.
Ho conosciuto Dario Argento quando lui aveva 29 anni ed era un giovane trascinante, pieno di entusiasmi, di slanci, insom-ma era un personaggio straordinario. Sono entrato in amicizia con lui, andavamo insieme tutte le sere al cinema, ci vedevamo in continuazione, parlavamo di cinema, tutto era una scoperta allora. Poi un giorno Dario m'ha detto che mi voleva come sceneggiatore del suo nuovo film, così ci siamo messi a lavorare insieme al soggetto di "4 mosche di velluto grigio", del quale lui aveva in mente il titolo e basta.
Intanto stava anche girando il suo secondo film, "Il gatto a nove code", e aveva molti problemi. Al distributore quel suo film non piaceva, sembrava che la carriera di Dario fosse a rischio, ma invece, quando finalmente "Il gatto a nove" code uscì nelle sale, fu un successo clamoroso, incredibile, e lui di colpo diventò una star, un regista famoso e ricercatissimo.
Ed io ero il co-autore del suo prossimo film. Infatti a quel punto il soggetto di "4 mosche di velluto grigio" (che in pratica era lungo come una pre-sceneggiatura) era finalmente terminato. Il padre di Dario, che era il produttore, l'ha messo all'asta e le offerte sono fioccate da tutti i distributori italiani.
Quando si è trattato di iniziare la preparazione del film, Dario, che sapeva quanto io volessi fare a mia volta il regista, m'ha detto: «Luigi, perché non fai l'aiuto? Nessuno meglio di te conosce questo film, visto che l'abbiamo scritto insieme». E così ho accettato, ho lasciato il lavoro rockettaro a Ciao 2001 e sono andato a lavorare con Dario, seguendo tutto il film dall'inizio della preparazione fino all'uscita nelle sale di tutta Italia, sempre fianco a fianco con Dario, amici più che mai, più pieni di entusiasmo che mai. Ripensandoci, posso dire che è stata un'esperienza meravigliosa, ancora la ricordo con nostalgia e piacere infinito.
Il film poi ha avuto grande successo e la Rai ha proposto a Dario di fare la serie La porta sul buio. Lui m'ha subito proposto di girare da regista un episodio e così è stato. Ho fatto prima l'aiuto sull'episodio diretto da lui, Il tram, poi ho girato il mio segmento, Il vicino di casa, e Dario ha fatto da aiuto a me (!). Infine abbiamo scritto insieme il terzo episodio, Testimone oculare, che è stato diretto da lui, mentre invece il quarto la Rai ha voluto farlo dirigere da un loro dipendente, Mario Foglietti. Anche quella de La porta sul buio è stata un'esperienza bellissima, poi insieme abbiamo cominciato a lavorare al suo film successivo, "Le cinque giornate". Ma erano tempi diversi da quelli di oggi. Eravamo giovani, pieni di entusiasmo e di voglia di fare, di sfondare, di andare oltre. Il cinema italiano era tutto un proliferare di attività, si facevano film in continuazione, di tutti i tipi: un'età meravigliosa, forse appunto perché, come ho detto, allora eravamo giovani.

Anche oggi ci sono molti giovani pieni di entusiasmo verso il mondo del cinema, e non è forse un caso che l'horror e la fantascienza siano i generi preferiti di chi s'appresta a girare cortometraggi o lungometraggi amatoriali. Con l'abbassamento dei costi delle macchine digitali e la facilità con cui è possibile oggi distribuire i propri lavori tramite Internet, pensi che si possa sperare nella rinascita del cinema italiano di genere che, pur partendo da produzioni indipendenti o amatoriali, possa svilupparsi a livello nazionale con produzioni importanti?

Oggi è incredibilmente facile per chiunque girare un film grazie all'abbassamento dei costi delle macchine digitali. Ma se girare un film oggi è facile, distribuirlo è quasi impossibile, il circuito professionale ha ormai dei costi enormi, direi quasi spropositati. Quindi è come il gatto che si morde la coda. Uno può fare un film, ma poi a chi lo fa vedere? Certo, c'è Internet, ma è un circuito gratuito che non rendere un centesimo, e allora?
Il cinema di genere in Italia è nato perché c'era un pubblico che affollava le sale e pagava per poterlo vedere. Non lo si è fatto più quando quel pubblico è sparito e quindi i soldi per produrre i film non ci sono più stati. Oggi il cinema di genere lo si fa in televisione, ma è fatto con i parametri televisivi che sono molto diversi da quelli cinematografici: in pratica, è un'altra cosa. Negli anni '70 qualunque giovane aspirante regista poteva riuscire prima o poi a fare un film nel cinema professionale, oggi invece è quasi impossibile: ci sono in ballo troppi soldi, troppi interessi. La libertà è finita (e infatti i prodotti che vediamo anche in televisione sono quasi tutti identici, impossibile distinguerne l'autore). Però forse le cose in futuro potranno cambiare. Non lo credo, ma lo spero.

Nel 1973 hai scritto con Argento e Enzo Ungari l'unico film senza componenti horror e fantastiche diretto dal maestro del brivido italiano. Ti sei quindi misurato anche tu, come scrittore, con un film storico grazie all'esperienza de "Le cinque giornate". Che ricordi hai di quest'avventura cinematografica che, stando alle cronache, fu veramente travagliata fra abbandoni, malattie e vicissitudini varie?

"Le cinque giornate" è nato perché, prima ancora che uscisse "Il gatto a nove code", il distributore Goffredo Lombardo della Titanus aveva dato in appalto a Dario e a Salvatore Argento la realizzazione del film comico "Er più" con Celentano e Claudia Mori. Gli Argento hanno fatto il film guadagnandoci sopra qualcosa, ma poi "Er più" è uscito e ha realizzato incassi strepitosi, una montagna di soldi che però spettavano tutti a Lombardo.
Tagliati fuori da quella montagna d'oro, Dario e suo padre hanno allora deciso di realizzare un altro film di quel tipo, questa volta producendolo tutto loro. Dario ha tirato fuori dal cassetto un vecchio progetto di quando faceva lo sceneggiatore ispirato a "Nell'anno del Signore" con Alberto Sordi e Nino Manfredi. Si trattava di un altro copione comico di quel tipo ambientato nella Roma papalina dell'800.
In quel periodo però c'era appena stato l'enorme successo televisivo dello sceneggiato storico sulle cinque giornate di Milano ed io, essendo milanese, ho fatto molte pressioni su Dario, finché l'ho convinto ad ambientare a Milano la sua storia dell'800. Così è nato il progetto de "Le cinque giornate", un film comico-storico di cui Dario e Salvatore intendevano essere soltanto i produttori. Il protagonista doveva essere Ugo Tognazzi e il regista scelto era stato Nanni Loy perché aveva già fatto "Le quattro giornate di Napoli". Con cast e regia assegnati, io e Dario siamo andati a Milano a fare ricerche in biblioteca e sui posti per scrivere il film. Ho insistito affinché venisse con noi Vincenzo (Enzo) Ungari, che era un mio amico nonché il gestore del Filmstudio dove avevo fatto una rassegna di film di fantascienza. Enzo voleva diventare uno sceneggiatore. Convinto Dario a prendere anche Enzo, ci siamo trasferiti tutti per un paio di mesi a Milano per scrivere il film, che, tra l'altro, era ispirato soprattutto ai film comici di Buster Keaton (ne "Le cinque giornate" ci sono scene che sono riprese pari pari dal suo capolavoro "Come vinsi la guerra", conosciuto anche come "Il generale"). Scritto il film, bisognava attendere che Tognazzi fosse libero per interpretarlo. Ma allora Tognazzi era l'attore più richiesto in Italia e non era mai libero. E' passato un anno e a quel punto Nanni Loy si è stufato di aspettare, ha rotto il contratto ed è andato a fare altri film. Allora Salvatore ha convinto Dario a farla lui la regia. Dapprima Dario non ha voluto, poi ha ceduto.
Ma Tognazzi era sempre impegnato e allora si è cominciato a pensare a qualche altro attore, ma serviva comunque un grande comico. E' così che alla fine è saltato fuori il nome di Celentano, perché tra l'altro era stato lui il protagonista di "Er più" e gli Argento speravano proprio di bissare quel successo.
Con Vincenzo Ungari ho lavorato benissimo perché era proprio bravo (prima della sua morte prematura ha scritto anche "L'ultimo imperatore" di Bertolucci) e sono stato io a portarlo nel grande cinema. Con me Vincenzo ha scritto anche un paio di copioni gialli (mai realizzati) e, con uno pseudonimo, pure quello di "Dedicato a una stella". A "Dedicato a una stella" ha collaborato anche un altro mio grande amico di quei tempi, Daniele Del Giudice, che oggi è uno dei più rinomati scrittori italiani, da molti paragonato a Calvino. Ma in quegli anni Daniele non aveva una lira e io gli passavo i lavori che offrivano a me, solo che a volte lui li firmava, a volte io gli davo la metà dei soldi e lui non firmava ma scriveva comunque. Daniele ha scritto con me "L'assassino è costretto ad uccidere ancora", poi "Dedicato a una stella", "Il romanzo di un giovane povero di Canevari" e i due episodi di Hercules. Oggi mi vanto di aver saputo scegliere collaboratori notevoli quali Daniele e Vincenzo per i miei film di allora, non è cosa da poco: significa che avevo intuito, vedevo il talento. Almeno questo concedetemelo, no?

L'intervista è appena iniziata e, per motivi di spazio, invitiamo il proseguimento della sua lettura scaricando questo file PDF di 76 pagine, che la contiene integralmente.

 
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