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| di Matteo Contin | Inserisci un commento |
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INLAND EMPIRE - L'impero della mente
Inland empire
Regia: David Lynch
Sceneggiatura: David Lynch
Cast: Laura Dern, Jeremy Irons, Justin Theroux
In "Inland empire - L'impero della mente" una donna piange. Guarda la tv, una strana fiction con conigli che parlano ma non dicono nulla. Lei piange e ad un'attrice viene detto da una inquietante signora che il film per cui è stata scelta è un film maledetto. Di non girarlo, di andarsene via. Poi l'attrice diventa una, nessuna e centomila, si scompone diventa madre, moglie, puttana, amante e traditrice.
IL RAPPORTO CON "STRADE PERDUTE" E "MULHOLLAND DRIVE"
L'ultima pellicola di David Lynch si può considerare come l'ultimo capitolo della trilogia delle lost highways. I tre film sono fatti accomunati dalla perdita del senso della realtà e da uno stile simile, (s)compositivo nella trama e nel montaggio. Nonostante questi punti in comune "Inland empire - L'impero della mente" tocca tutt'altri temi e diventa in effetti tutt'altro cinema.
OLTRE IL METACINEMA
Se inizialmente la pellicola sembra raccontare la storia della lavorazione di un film dentro a un film, man mano che l'incubo avanza l'esperimento cinematografico decade per lasciare spazio a ben altra materia. L'idea di "Effetto notte" è oramai invecchiata e Lynch questo lo sa. Svela per questo non solo ciò che c'è dietro al cinema,
ma quello che c'è dentro al cinema. Non è un caso che la nostra attrice protagonista (una straordinaria Laura Dern), sia la cura del personaggio che all'inizio vediamo piangere. Ma Lynch non direziona la sua attenzione solo verso lo spettatore ma anche verso l'attrice stessa. L'attrice protagonista si fa influenzare dal suo personaggio, forse diventa essa stessa ciò che sta per interpretare. Il cinema si mescola quindi alla vita fino a congiungersi completamente con essa, a diventare malattia per l’attrice e salvezza per lo spettatore.
UN'ESPERIENZA EMOTIVA UNICA
Entrare in un film come "Inland empire - L'impero della mente" è come andare nello spazio da soli. Ci si perde ma si provano esperienze uniche. La durata mastodontica della pellicola (172 minuti) ci fa immergere totalmente nelle atmosfere malate. E poi ci sono le emozioni anche se la trama non la si capisce, emozioni forti come la paura, l'amore, la sofferenza e quel male inestirpabile che è la solitudine. Poi c'è la regia di Lynch, che frastorna ancora di più lo spettatore, lo rimbambisce, lo disorienta. Lo affascina. L'esperienza visiva del film è paragonabile non a caso a un altro capolavoro cinematografico, "2001: odissea nello spazio". Dico non a caso proprio perché il rapporto tra Kubrick e Lynch era molto stretto pur non conoscendosi (uno dei film preferiti di Kubrick era "Eraserhead - La mente che cancella"), tanto da spingere Lynch ad omaggiare il regista utilizzando proprio in questo film le partiture di Krzystzof Penderecki, già utilizzate in "Shining".
SULLA SCELTA DEL DIGITALE
Per la prima volta, David Lynch abbandona la pellicola per dirigere un lungometraggio totalmente in digitale. Se inizialmente questo sembrerebbe essere un handicap per il risultato visivo del film (ed in effetti qualche volta Lynch ci calca la mano), poi si scopre essere la scelta ottimale per un regista eclettico come lui. Il digitale deforma i primi piani, li schiaccia e li allarga, li appiattisce contro le pareti. Soprattutto rende brulicanti le superfici, come se fossero percorse da migliaia di formiche colorate che compongono e fanno muovere le figure. La macchina da presa digitale poi ha molte più possibilità di movimento, è più leggera e permette un uso più pratico nella camera a spalla. Non per ultimo, il digitale permette di registrare ore e ore di girato senza una grossa spesa (cosa che invece non accade con la pellicola), e per un fiume in piena come David Lynch questa è una grande opportunità.
SULLA DIREZIONE DEGLI ATTORI
Gli attori recitavano all'oscuro di tutto, come se fossero dei burattini nelle mani di Lynch. In più di una dichiarazione gli attori hanno detto di non capire assolutamente ciò che stavano facendo ma che dopo aver visto il montaggio finale, tutto è rientrato in un disegno armonico.
I CORTOMETRAGGI
Nel film sono presenti alcune delle suggestioni che hanno popolato i cortometraggi di Lynch realizzati negli ultimi anni. La vestaglia di seta col foro creato dalla bruciatura di una sigaretta era già presente nel cortometraggio "Darkened room", così come il gruppo di artisti di strada compariva in "Room to dream". Bisogna notare come questi cortometraggi nascono come semplici esperimenti di
tecnica cinematografica, per poi scivolare dentro una pellicola ed acquistare un significato e non più una suggestione. E poi c'è "Rabbits", il cortometraggio più importante, che inserito all'interno del film aiuta a completarlo e a unirne l'anima reale ed irreale come un ponte sospeso sopra la terra di nessuno.
GROTTESCO
Si sa che Lynch ami in modo spropositato le atmosfere grottesche, tanto da inserirle spesso e volentieri anche nei suoi film più tradizionali. Oltre alle solite strizzatine d'occhio al mondo del cinema (già ampiamente preso in giro in "Mulholland drive"), Lynch si cimenta con balletti e canzoni pop, in spazi musicali che prorompono inaspettatamente. Inizialmente si sorride, poi queste scene assumono ben presto una componente angosciante che fanno ricadere in un tunnel dalle pareti oscure lo spettatore.
NON GUARDATE IL FILM, LASCIATE CHE SIA IL FILM A GUARDARE VOI
Basta questa frase per capire il film. Spegnete il cervello e fatevi trascinare.
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| Maurizio Macchi | n.v. | Marta Mischiatti | ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() | Matteo Ruzza | n.v. |
Commento inserito da Orasputin:
“INLAND EMPIRE” è chiarissimo
Conferenza stampa di Lynch in occasione della consegna del Leone d’Oro al festival di Venezia
Commento inserito da enrico:
Questo film di Lynch soggiace alle stesse regole che guidano ogni altro lungo metraggio di buona fattura: ogni sequenza viene conquistata ed è rappresentativa di una specifica espressione. Volendo paragonare questo film ad una composizione si potrebbe dire che non segue la forma sonata e non ha alcuna sezione di sviluppo. Pare la struttura più simile a quella di una fuga a più soggetti, che ciclicamente riappaiono. Detti soggetti non sono presentati per intero singolarmente. Vengono esposti singolarmente e parzialmente in successione per convergere nello stesso punto. Detta tecnica costruttiva, per frasi elise, riocrda le ultime composizioni pianistiche di Beethoven che davvero fanno saltare la forma-sonata classica.
Commento inserito da salvatore:
Credo che l’opera massima di Lynch rimanga “Strade perdute”, questo non mi ha fatto saltare di gioia ed in molti momenti l’ho trovato più vicino ad un esercizio di stile (di pregevole fattura, per la cronaca) che ad altro… un po’ poco rispetto a quello che sarebbe stato lecito aspettarsi, ma al tempo stesso non brutto come film. la scelta del digitale ha reso più reale l’atmosfera, forse, pero’ manca quel tocco di classe, quel surplus, quel meccanismo simile al nastro di Moebius che faceva tornare i conti, compattava e rendeva affascinante il tutto.