Logan

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LOGAN
Logan - The Wolverine

  
2017 - 141 minuti

Regia: James Mangold
Sceneggiatura: Scott Frank, James Mangold, Michael Green
Cast: Hugh Jackman, Dafne Keen, Patrick Stewart

Nell'oramai inflazionatissimo genere dei film di supereroi, totalmente mainstream, patinato e predigerito per un pubblico sempre più apatico, ci volevano le palle per fare quel che ha fatto James Mangold col suo "Logan". Basta tutine scintillanti, basta ping-pong di battutine ironiche durante battaglie che mettono in pericolo il destino del mondo.
Dimenticate gli Avengers e gli X-Men, e dimenticate anche lo stesso Wolverine. Del personaggio nato nel 1974 dalla matita di Len Wein e Herb Trimpe tenete invece solo il suo passato travagliato, le sue sofferenze, la sua rabbia e il suo lato più umano. Perché Hugh Jackman questa volta ha vestito i panni di questo Wolverine. Anzi, di questo Logan.
Investito da una tempesta di sabbia e polvere, introdotto da un trailer accompagnato dalla triste Hurt di Johnny Cash, con protagonista pochi X-Men, deboli, invecchiati e con la barba incolta, lo stile di "Logan" è uno stile sporco e crepuscolare. Il film è un western amaro, malinconico, viscerale, anche molto violento (l'utilizzo dello splatter ha portato ad un Rated R negli USA e ad un VM14 in Italia), e non solamente per il fatto di essere ambientato in Texas, al confine col Messico, e nella regione delle Montagne Rocciose, oppure per le citazioni - tutt'altro che gratuite o fuori luogo - de "Il cavaliere della valle solitaria" di George Stevens.
Siamo nel 2029, quando il Gene-X è regredito e non nascono più mutanti. Logan, ormai uno dei pochi X-Men rimasti, è un cavaliere solitario, stanco, cinico e violento, distrutto dalle vane speranze e dai dolori del passato. Tutti i suoi amici sono morti, lui è costretto ad avere un lavoro mediocre e a prendersi cura di Charles Xavier, ormai novantenne ed affetto da una grave malattia neurodegenerativa. Restìo a farsi coinvolgere in qualsiasi affare non lo riguardi, si troverà suo malgrado a difendere Laura, una misteriosa bambina chiusa in un freddo mutismo per chissà quale scioccante verità.
In questo quadro, come abbiamo detto, a Mangold non importa di Wolverine, ma di Logan. La trama è puramente umana ed anche le scene d'azione sono elementi di raccordo all'interno di una narrazione ben pensata, che sonda significativamente l'animo più profondo di un personaggio ormai affrontato in lungo e in largo. La trattazione del suo rapporto con sé stesso e coi vecchi X-Men è serio e struggente, mentre quello con la nuova generazione non è giusto un pretesto per il reboot di un franchise (come quello che commercialmente è stato fatto - comunque bene - con "X-Men - Giorni di un futuro passato"), bensì il racconto psicologico di un'innocenza totalmente annullata che Logan, nonostante la sua drammatica situazione, vuole evitare.
Questo è "Logan". Non c'è spazio per l'ironia. Non c'è spazio per i team di supereroi che salvano il mondo. E non c'è spazio neppure per gli affrancanti colpi di scena finali: le pietre di una tomba rimangono ferme immobili e quello che era non sarà definitivamente più.

Questa è l'opinione di Maurizio Macchi. I pareri del resto dello staff:
Matteo Contin  n.v.
Marta Mischiatti  n.v.
Martina Macchi  n.v.

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