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Tempi moderni

di Matteo Contin | Inserisci un commento
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TEMPI MODERNI
Modern times


1936 - 87 minuti

Regia: Charles Chaplin
Sceneggiatura: Charles Chaplin
Cast: Charles Chaplin, Paulette Godard, Henry Bergman

CHARLOT fa l'operaio. La fabbrica potrebbe essere una delle tante che utilizza la catena di montaggio. Ed è proprio a causa di quest'ultima che il povero Charlot impazzisce. Guarito dall'esaurimento nervoso una serie di eventi lo travolgeranno, in un susseguirsi di gag e malinconia.

SAREBBE inutile per me star qui a parlare di un capolavoro del genere. Non so nemmeno da dove iniziare, troppe cose da dire, troppi spunti. sarebbe inutile perché tante parole sono già state dette e tante ancora saranno dette da critici più autorevoli del sottoscritto. Quindi, in teoria, il bisogno di un ennesima recensione su "Tempi moderni" non è che si sente troppo. Il problema è che preferisco recensire film sconosciuti piuttosto che i grandi classici. Pura e semplice paura lo so, ma che volete farci?

LA FABBRICA sembra essere figlia di un Grande Fratello che può tutto e tutto controlla. Che prende decisioni per i suoi operai. E' un edificio gotico al contrario volendo vedere. Perché se il gotico serviva ad avvicinare l'uomo a Dio, la fabbrica gotica allontana l'operaio dal padrone, crea una distanza insormontabile che è innanzitutto presente nella sfera sociale. La fabbrica è una macchina che inghiotte, che fagocita le personalità distruggendole socialmente, facendole così vivere in funzione del lavoro, per la fabbrica stessa. "Tempi moderni" risulta essere quindi una feroce accusa (sebbene un po' in ritardo) della catena di montaggio, dell'eliminazione totale da parte dello Stato di una coscienza del popolo. Per questo la pellicola non venne vista di buon occhio dal governo che provvide immediatamente a esiliare Chaplin durante il maccartismo. Chaplin però, fortunatamente, non si fermò davanti a nulla.

L'AMORE salva. Questo sembra dirci Chaplin. Nonostante la polizia, nonostante la disoccupazione, nonostante le sventure, nonostante tutto, l'amore trionfa sempre. Come nel finale del film, dove i due protagonisti, dopo aver perso tutto (il lavoro ma soprattutto una posizione sociale), si ritrovano soli, soli col loro amore. E, alzatisi da terra, si mettono in mezzo alla strada. E se la visione del sogno americano fa solitamente proseguire i protagonisti verso l'infinito di un orizzonte d'asfalto, Chaplin li fa andare verso le montagne, dove la strada è più lunga e faticosa, dove i legami si rafforzano, verso un orizzonte invisibile perché non importa dove e quando arrivi, ma con chi fai il viaggio. Quello che però più mi stupisce è la purezza con cui Charlot si innamora. Basta uno sguardo, niente di più. Non serve conoscere il nome, l'età e l'estrazione sociale. Si innamora come si innamorano i bambini, in un istante e per sempre.

LA VOCE non c'è. O per lo meno non c'è in parte. In un'epoca in cui i film sonori avevano ormai preso il sopravvento sul cinema muto, Chaplin fa la scelta coraggiosa e controcorrente di continuare a far narrare la storia dai suoi gesti, dalle musiche e dalle didascalie. I personaggi dunque parlano con il linguaggio dei gesti, quello più primitivo ma anche quello piu sincero, il linguaggio primordiale. Questo aspetto ci viene suggerito da due elementi. Il primo sono le macchine. Le uniche voci umane provengono infatti da apparecchi meccanici. La voce del padrone, la radio e il manuale sonoro di istruzioni per la macchina dispensatrice di cibo per gli operai sono le voci fasulle degli uomini, le voci false e falsanti della realtà. Il secondo elemento è l'esibizione canora di Charlot nel ristorante. Dimenticatosi del testo, lo improvvisa, creando un nonsense comico e divertentissimo ma che, grazie alla sua mimica, racconta senza usare le parole la storia originale. Questo dimostra il fatto che per raccontare una storia non serve usare le parole (o tante parole), ma solo saperla vivere sulla propria pelle, con il proprio volto e i proprio occhi.

NON aggiungo nient'altro. Forse ho detto troppo. Ma quando le dita vanno è difficile fermarle.

Tempi moderniRecensito da Matteo Contin5,0
Questa e' l'opinione di Matteo Contin. I pareri del resto dello staff:
Maurizio Macchi  n.v.
Marta Mischiatti
Matteo Ruzza  n.v.

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