Identità

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IDENTITA'
Identity


2003 - 90 minuti

Regia: James Mangold
Sceneggiatura: Michael Cooney
Cast: John Cusack, Ray Liotta, Amanda Peet

L'idea che c'è alla base di "Identità", vale a dire quella di mescolare uno slasher che trae ben più di un'ispirazione da Dieci piccoli indiani ad un moderno thriller psicologico, è senza dubbio interessante. Il regista, James Mangold ("Ragazze interrotte"), che comunque non manca di commettere svariate sbavature realizzative, segue bene le regole del genere di cui Agatha Christie è stata fra i pionieri: mette dieci sconosciuti in una location sinistra e circoscritta come un cadente motel in mezzo ad una terribile tempesta e, con moventi e modalità misteriose, comincia ad eliminarli uno ad uno.
I dieci personaggi sono interpretati da alcuni nomi piuttosto noti, tra cui John Cusack e Amanda Peet (che poi reciteranno insieme anche in "2012"), Ray Liotta ("Quei bravi ragazzi") e John C. McGinley (Scrubs), passando per Clea DuVall ("Argo") e Rebecca De Mornay ("Risky business"). In compenso la performance migliore è quella di John Hawkes ("Un gelido inverno"), interprete di uno dei caratteri sicuramente più ambigui dell'intera narrazione. Dopo già pochi minuti tutti i protagonisti sono stati introdotti allo spettatore e la follia omicida può aver inizio. Fra un assassinio e l'altro non manca qualche interessante momento di tensione, le uccisioni sono sanguinolente al punto giusto e, se non fosse per un difetto fondamentale, "Identità" alla fine sarebbe stato un buon prodotto. Tale neo risiede nella chiave di volta che sbroglia l'intera vicenda, e cioè la seguente.
Attenzione, sono costretto ad avvertirvi che da qui ci saranno pesanti SPOILER, necessari ahimé a spiegare perché il film sia rovinato così tanto una volta svelato il mistero. Dunque, alla fine la sceneggiatura sceglie di andare a rivelare che tutti i personaggi altro non sono che identità multiple della stessa persona (l'assassino interpretato da Pruitt Taylor Vince) e che quindi tutto sta succedendo solo nella testa di questo personaggio. Premesso che un'idea del genere è un po' mediocre per la sua mancanza di coraggio (alla fine è proprio così diversa dal banale puff-era-tutto-un-sogno?!), ma il vero problema è che con questa scusa Mangold può permettersi di provocare lo spettatore senza poi mantenere nessuna promessa, danneggiando anzi il realismo ed autorizzando incoerenze e vicoli ciechi logici (e logistici!) con questa scusa delle disfunzioni mentali del protagonista.
Senza contare poi che - aspetto non slegato da ciò che abbiamo appena detto - l'ultima parte ha qualcosa di a dir poco grottesco: nonostante sia stato appunto rivelato che tutto è una schizofrenica invenzione mentale dell'assassino, la trama viene comunque portata ulteriormente avanti, a carponi, fino ad essere forzatamente conclusa, anche se ormai sappiamo che i personaggi non sono reali (e quindi perché ci dovrebbe mai interessare della loro fine?!) e che tutto è nella testa di quel tizio che non abbiamo visto per tutto il film e del quale, di conseguenza, non ci potrebbe fregar di meno. Assurdo.

Questa è l'opinione di Maurizio Macchi. I pareri del resto dello staff:
Matteo Contin  n.v.
Marta Mischiatti  n.v.
Martina Macchi  n.v.

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