Who killed captain Alex?

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WHO KILLED CAPTAIN ALEX?
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2010 - 64 minuti

Regia: Nabwana I.G.G.
Sceneggiatura: Nabwana I.G.G.
Cast: Kakule William, Kakule Wilson, Sserunya Ernest

Avete presente Hollywood? Ovvio. E Bollywood? Immagino di sì. E Wakaliwood? Wakaliwood dite di no? Beh, il nome deriva da quello di Wakaliga, uno dei quartieri più poveri della capitale dell'Uganda, Kampala. Qui, nel 2005, Isaac Godfrey Geoffrey Nabwana, appassionato di action-movie americani e di film di kung fu orientali, fonda la Ramon Film Productions. E' un nome, più che un vero studio di produzione, dato che di cinema in Uganda non ce n'è e la casa è fisicamente quella di Nabwana.
Qua l'energia elettrica c'è ogni tanto, quando si è fortunati, ed anche il computer che Nabwana ha, è stato assemblato con pezzi reperiti qua e là. Lo ha fatto lui personalmente, dopo aver frequentato il primo mese - l'unico che poteva economicamente permettersi - di un corso di informatica di sei mesi. Nel disco rigido di questo pc Nabwana riversa tutto ciò che gira con la sua videocamera, sovrascrivendo ogni volta i video precedenti perché non c'è spazio. In cinque anni, con parenti e amici, al massimo dell'amatorialità, realizza molti film a zero budget, in seguito tutti perduti per l'impossibilità di archiviazione.
Nel 2010, poi, dagli Stati Uniti giunge un tale, Alan Hofmanis, che coi soldi messi da parte per il proprio matrimonio, andato a monte pochi giorni prima dello stesso, si è pagato un biglietto aereo per Kampala. L'hanno attirato qui gli spezzoni di un trailer visto su YouTube di "Who killed captain Alex?", il nuovo film d'azione che Nabwana vorrebbe girare. Hofmanis trova Nabwana alle prese con le decisioni di realizzare elicotteri al computer, modificare armi giocattolo per farle sembrare più realistiche e sostituire in scena il sangue bovino (causa fra gli attori di nausea, vomito e persino brucellosi) con preservativi pieni di colorante alimentare rosso da far esplodere tirando una lenza.
Dopo incontri e lunghe conversazioni Nabwana e Hofmanis diventano amici - anzi, il secondo diventa quasi una sorta di motivatore, di socio della Ramon, oltre che il suo più grande fan. E "Who killed captain Alex?" guadagna visibilità anche al di fuori dei confini ugandesi, tanto che nel giro di poco il progetto è pure su Kickstarter, con la richiesta di 160 dollari. Ne riceve 265.000, più che sufficienti per la Ramon per acquistare attrezzature, mezzi e tutto l'occorrente per girare qualcosa senza dover rischiare di perdere materiale o di trovarsi improvvisamente senza corrente nel bel mezzo di un trasferimento dati o di un montaggio.
Alla fine "Who killed captain Alex?" supera l'ora di durata e viene assemblato in una versione adatta anche al pubblico occidentale (in inglese, ovviamente). Come si può immaginare, di esser brutta la pellicola è brutta forte, poverissima, sconclusionata, totalmente amatoriale, con effetti speciali a caso, musiche a caso, tutto a caso - anche se comunque bisogna riconoscergli il fascino esotico di un qualcosa fatto unicamente grazie ad una passione enorme. Esso lo sa di essere brutto, povero e sconclusionato, ma di questo ne fa un vanto, fa ridere senza farsi deridere, risultando tra l'altro talvolta anche alquanto criptico nella comprensione, non del tutto accessibile ad uno spettatore americano, inglese, tedesco o italiano.
Un esempio lampante è la traccia audio di VJ Emmie, letteralmente sovrapposta ai dialoghi e alle scene del film. Dal primo all'ultimo minuto questo tizio, Emmie Bbatte, interrompe in continuazione chi parla, scavalcandolo con un'esclamazione, un'esortazione, un commento personale, una volta diretto ai personaggi, un'altra direttamente allo spettatore. «Action is coming, I promise you!», gli dice, «Now expect the unexpectable». E poi: «WAH-WAH-WAH-WAH-WAH ACTION!!!», mentre in scena si comincia a correre, ad arrampicarsi, a sparare. «THIS IS COMMANDO! SUPA SOLDIERS! SUPA MAFIA! SUPA ACTION!!!», grida come un forsennato, al di qua e al di là della quarta parete.
Ecco. I suoi continui e spiritati interventi, banalmente molesti, imbarazzanti e involontariamente comici per gli standard cine-culturali occidentali, nascono in realtà da una radicata abitudine ugandese: quella dei video joker delle sale cinematografiche. In Uganda, infatti, non ci sono veri e propri cinema come li intendiamo noi, bensì queste sale con modesti impianti televisivi dove il pubblico si reca per guardare telegiornali, incontri sportivi o qualche film americano, sempre con la presenza di un VJ che traduce, commenta e funge da accompagnatore e intrattenitore per chi guarda.
Il film è dunque forse qualcosa che non è neanche degno di chiamarsi tecnicamente film. Però pensateci - io già mi immagino: le polverose strade di Wakaliga, folle di curiosi che sciamano attorno a Nabwana e ai suoi, bambini con due occhi grandi così attorno ad una videocamera da trecento euro, risate ed entusiasmo alle stelle nel vedere gente che si mena davanti a un green screen. Non ditemi che ciò che ha fatto Nabwana, con la sua creatività e la sua pura passione, non significa niente.
A me quasi vengono le lacrime agli occhi.

Questa è l'opinione di Maurizio Macchi. I pareri del resto dello staff:
Matteo Contin  n.v.
Marta Mischiatti  n.v.
Martina Macchi  n.v.

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