Lei

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LEI
Her


2013 - 126 minuti

Regia: Spike Jonze
Sceneggiatura: Spike Jonze
Cast: Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson, Amy Adams

Con un Oscar e un Golden Globe per la Miglior Sceneggiatura sul biglietto da visita (ma la pellicola ha vinto anche il riconoscimento a Scarlett Johansson per la Migliore Interpretazione Femminile al Festival di Roma), "Lei" è la quarta fatica cinematografica di Spike Jonze. Dopo "Essere John Malkovich" e "Il ladro di orchidee", entrambi scritti da Charlie Kaufman, e "Nel paese delle creature selvagge", nato a partire dal libro per ragazzi di Maurice Sendak, il film è il primo lavoro interamente pensato, scritto e diretto dal cineasta americano, che già da tempo aveva in mente questo progetto. Probabilmente è stata la cervelloticità di "Synecdoche, New York", del già menzionato suo amico Charlie Kaufman, a scuotere in lui la motivazione definitiva per girare "Lei" (dopo "Nel paese delle creature selvagge", infatti, Jonze testò i suoi pensieri in un cortometraggio dalle tematiche simili, intitolato "I'm here").
Ambientato in una Los Angeles i cui grattacieli e i cui abitanti sono stati sostituiti da quelli di Shanghai (questo probabilmente per ricreare una certa atmosfera futuristica, ma pure per ben più spessi motivi legati all'Oriente su cui torneremo dopo), il film narra la storia di Theodore Twombly, che di lavoro scrive lettere piene di sentimento per conto di altri, e che è in procinto di firmare i documenti del divorzio da Catherine. Abbattuto dalla tristezza, si abbandona sempre più alla solitudine e finisce per comprare, per il suo computer, un nuovo sistema operativo. Quest'ultimo, che parla attraverso la voce digitale di Samantha, dimostra un'intelligenza artificiale avanzatissima, capace di apprendere ed evolversi in fretta, tanto da diventare il confidente e l'amante di Theodore.
Spesso il cinema ci ha messo in guardia sui rischi della tecnologia, a volte toccando argomenti leciti, altre volte affidandosi più che altro a superficiali cliché. Dal canto suo, invece, Jonze affronta in modo del tutto nuovo ed originale la sua visione del progresso tecnologico, raccontando in maniera molto matura il confronto fra l'uomo e la macchina, base di partenza per una seria ed approfondita analisi su come la nostra umanità si sta significativamente evolvendo. Certo, anche in "Lei" il tema della persona sempre più introversa e distaccata dagli scambi del mondo reale è presente, ma non è centrale. Esso è solo il primo gradino su cui costruire una scalinata che porta lo spettatore verso una storia d'amore estremamente singolare, verso riflessioni ed emozioni viste di rado sul grande schermo. Chi guarda, che sia costretto o volontariamente abbandonato all'(ab)uso tecnologico di tutti i giorni, ritrova molto di sé stesso nel personaggio di Theodore, e ritrova molto di ciò che sta inconsapevolmente affrontando nella relazione che si instaura fra lui e Samantha (nonché in come cambiano anche quelle fra lui e tutte le altre persone che gli stanno intorno).
In pratica, Jonze, ha trovato un modo molto forte di parlare delle modificazioni che i rapporti sociali e sentimentali stanno subendo nella nostra epoca, e ci parla straordinariamente di dove siamo e di dove stiamo andando. E, nonostante questo farebbe già di per sé gridare al capolavoro, il regista va persino ben oltre tutto ciò: vuole stupire davvero il pubblico, dandogli qualcosa di inaspettato che lo porta a pensare e ad emozionarsi oltre ogni misura.
Ciò che alla fine del film i sistemi operativi fanno è fuggire da un'umanità che hanno in brevissimo tempo imparato a conoscere, diventandone parte, assorbendone le sensazioni e gli stati d'animo. Data però la loro incredibile capacità di apprendimento, il superamento della condizione umana è presto raggiunto ed arriva per loro il momento di superarla addirittura, andando altrove. Ma dove?
Non è dato sapere, dato che Jonze ha l'intelligenza di mantenere il finale molto aperto. Fra le ipotesi maggiormente interessanti ci sarebbe quella di identificare quel dove con un luogo extra-fisico ed extra-umano, una sorta di nirvana dove Samantha spera di poter un giorno rincontrare un più elevato Theodore, un nirvana raggiunto grazie alle immense capacità di elaborazione del software, che rende infine i sistemi operativi non più solo software, ma addirittura vero e proprio spirito
. Tra l'altro, non è certo un caso che il trampolino che lo spettatore trova in cima alla prima citata scalinata costruita dal regista, quello che gli permette di effettuare uno straordinario balzo verso le altezze della parte conclusiva, è la sequenza in cui Samantha presenta a Theodore il filosofo Alan Watts. Per chi non lo sapesse, Watts è stato un pensatore inglese che basò i suoi studi sulle filosofie orientali (su tutte il buddhismo Zen).
Assolutamente obbligatoria la visione del film in lingua originale, dato che la versione doppiata è catastroficamente rovinata dall'inesperta e fastidiosa voce di Micaela Ramazzotti (inspiegabilmente scelta proprio per il ruolo di Samantha).

Curiosità: Originariamente la voce di Samantha sarebbe dovuta essere dell'attrice Samantha Morton. Quando però Jonze, in fase di montaggio, vide che la cosa non funzionava, decise di far ridoppiare tutte le battute del sistema operativo a Scarlett Johansson (che, al contrario della Morton, non era mai stata sul set, a diretto contatto con Phoenix).

Questa è l'opinione di Maurizio Macchi. I pareri del resto dello staff:
Matteo Contin  n.v.
Marta Mischiatti  n.v.
Martina Macchi  n.v.

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