C'era una volta in Anatolia
C'ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA
Bir zamanlar Anadolu'da

2011 - 150 minuti
Regia: Nuri Bilge Ceylan
Sceneggiatura: Nuri Bilge Ceylan, Ebru Ceylan, Ercan Kesal
Cast: Muhammet Uzuner, Yilmaz Erdogan, Taner Birsel
Notte fonda. Tre auto viaggiano per i pendii delle colline della steppa anatolica. A bordo ci sono un procuratore giudiziario, un commissario di polizia, un medico legale e un omicida dalla faccia scavata. Dopo ore di interrogatorio ha detto che avrebbe condotto gli uomini nel luogo dove ha seppellito la sua vittima.
Sarà però perché il buio trasforma le campagne in un paesaggio ambiguo e uniforme o perché l'assassino non è più così deciso a rivelare il sito dove giace il cadavere, ma fatto sta che le tre auto hanno già macinato parecchi chilometri e non si è ancora giunti a nessun risultato. Probabilmente la notte sarà ancora molto lunga.
A Cannes il nome del turco Nuri Bilge Ceylan non è nuovo, dato che, prima nel 2003 e poi nel 2008, i suoi "Uzak" e "Le tre scimmie" si erano aggiudicati il Gran Premio della Giuria. E lo stesso premio lo vince pure nel 2011 il suo
sesto film, "C'era una volta in Anatolia", un drama-noir anomalo che, in ben 150 minuti, zigzaga per le secche campagne della Turchia asiatica per scavare più che nell'animo dell'assassino, in quello degli investigatori che lavorano al caso.
Raccontata a cavallo di (molta) notte e (poco) giorno, attraverso luci ed ombre che vengono colte in maniera incredibilmente capace dalla fotografia del solito Gokhan Tiryaki, la pellicola si può suddividere principalmente in tre macro-zone narrative: la ricerca, il ritrovamento e l'autopsia. Queste tre parti sullo schermo mostrano lo svolgersi del caso ma, in un contesto più ampio, si fanno allegoria per numerose riflessioni, a partire dai concetti di vita (è un caso che le ultime scene siano ambientate nella sala autoptica?), colpa e punizione, ricerca e memoria, identità e mondo rurale. Curioso anche l'utilizzo della natura quasi come fosse un personaggio onnipresente che partecipa alle vicende come osservatore (il vento che spesso prima cala e poi si alza, la mela che rotola nel rivolo d'acqua).
La maggior parte di queste tematiche non emerge direttamente dallo svolgimento
narrativo, ma piuttosto si fa notare - esplicitamente o metaforicamente - nei dialoghi che talvolta prendono luogo, dialoghi apparentemente slegati e superficiali, ma che invece risultano sempre utili per isolare solitarie considerazioni ed intassellare così i più svariati elementi tematici nelle psicologie dei personaggi.
E' interessante poi l'uso che Ceylan fa di questi ultimi dato che, senza mai far sentire a disagio lo spettatore, il regista ruota di volta in volta il ruolo del protagonista, che nella prima parte si trova ad essere coperto dal commissario Naci, nella seconda dal procuratore Nusret e nella terza dal dottor Cemal.
In un film che è lento ma non statico, che tende al minimale ma non si dimentica mai dei dettagli, particolare attenzione merita pure l'utilizzo dell'elemento femminile. Le donne di "C'era una volta in Anatolia" sono praticamente invisibili - i pochi ingressi in scena sono quelli con la vedova della vittima, con la figlia del sindaco, con le foto dell'ex-moglie di Cemal e col racconto di quella che si scoprirà poi essere l'ex-moglie di Nusret) -, ma le loro piccole apparizioni sono potentissime nel significato. Gli uomini
sono coloro che vengono ritratti nell'azione e da qui emergono la cupezza e i ferimenti della storia, dolori che il maschio provoca e che la donna, nella sua apparente marginalità, è però in grado di sanare. Dunque lungete dall'accusare la pellicola di Ceylan di essere misogina e monosessuale, perché essa è esattamente l'opposto e la prova di ciò è la salvezza che, in mezzo a tanta oscurità, cerca di manifestarsi proprio attraverso la figura femminile (si pensi solo alla giovane figlia del sindaco che, con la sua riverente semplicità e la sua bellezza, è capace di far ammutolire tutti, di dare il buonumore agli investigatori, di far piangere l'assassino).
Come se non bastasse, "C'era una volta in Anatolia" trae ulteriore beneficio anche dalla recitazione del cast, che è di livello altissimo: Muhammet Uzuner (Cemal) è misuratissimo e perfetto, Taner Birsel (Nusret), seppur talvolta un po' sopra le righe, regala pure lui una performance da applausi e Yilmaz Erdogan (Naci) colpisce forse meno degli altri protagonisti, ma fa anche lui un lavoro egregio.
C'era una volta in AnatoliaRecensito da Maurizio Macchi3,5
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