E morì con un felafel in mano
E MORI' CON UN FELAFEL IN MANO
He died with a felafel in his hand

2001 - 107 minuti
Regia: Richard Lowenstein
Sceneggiatura: Richard Lowenstein
Cast: Noah Taylor, Emily Hamilton, Romane Bohringer
C'è un trentenne di nome Danny e c'è una casa. In realtà ci sono tante case verso cui Danny peregrina. In queste case ci sono tante persone diverse, tutte con un tratto folle o maniacale che le contraddistingue. E poi c'è la macchina da scrivere di Danny, una macchina da scrivere lucida e ben funzionante che però il protagonista non riesce ad usare. Sì, perché Danny è uno scrittore, ma uno scrittore che di fatto non scrive, costantemente fermo ad una sola frase del suo romanzo.
Raccontare con esattezza la trama di "E morì con un felafel in mano" è di fatto impossibile perché in sostanza una trama precisa non ce l'ha proprio. La pellicola si presenta piuttosto come una sequenza infinita di situazioni, personaggi, dialoghi apparentemente casuali, privi di alcun collegamento logico. Tuttavia, anche se ciò potrebbe non essere un problema, il problema di
questo film sta proprio nel suo senso logico: sembra che la pellicola non abbia un senso, ma forse ce l'ha, e però, allo stesso tempo, probabilmente sarebbe meglio che non ce l'avesse. Scusate, mi spiego meglio: "E morì con un felafel in mano" sarebbe un film quantomeno divertente e spiritoso proprio se non avesse senso e se fosse solo un film fatto di dialoghi a caso, scene a caso con personaggi a caso, che un regista a caso abbia deciso di girare così, tanto per divertirsi e sperimentare.
Purtroppo però non è così. La questione - così come ci tiene a precisare il regista Richard Lowenstein ("Say a little prayer", "Strikebound") - è molto più profonda ed è esattamente questa profondità che stona con tutto il resto. Nella confusione e nel marasma della sceneggiatura emergono qua e là, tra i dialoghi/monologhi dei personaggi, delle frasi misteriose e irritanti sul senso della vita, sull'amore, sull'assenza di un equilibrio che i personaggi vanno cercando (ma senza troppa convinzione).
Quello che accomuna tutti i personaggi del film è proprio il caos, l'assensa di regole, di obiettivi, di ideali in cui credere fino in
fondo. Tutti riescono a condurre questo stile di vita senza problemi. O meglio, quando i problemi iniziano arrivare, basta cambiare aria, cambiare casa, cambiare gente e così via, all'infinito. Alla fine, l'unico che sembra riuscire a trovare questo benedetto equilibrio esistenziale è il protagonista (Noah Taylor), che, dopo aver buttato giù da un ponte la sua macchina da scrivere, aver trovato una nuova dimora ed essersi riappacificato con l'amica del cuore, sembra aver trovato una sorta di pace dei sensi.
A questo punto, però, una domanda sorge spontanea: da spettatori si è coinvolti nelle storia tormentata di Danny, alla ricerca del mitico senso della vita? No, assolutamente no, neanche per un secondo. Quindi sarebbe stato meglio non raccontare niente, piuttosto che farlo male. O mi sbaglio?
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E morì con un felafel in manoRecensito da Marta Mischiatti1,5
Questa e' l'opinione di
Marta Mischiatti. I pareri del resto dello staff:
| Matteo Contin | n.v. |
Maurizio Macchi | n.v. | Matteo Ruzza | n.v. | | |
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