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Millennium - Uomini che odiano le donne

di Maurizio Macchi | Inserisci un commento
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MILLENNIUM - Uomini che odiano le donne
The girl with the dragon tattoo

   
2011 - 158 minuti

Regia: David Fincher
Sceneggiatura: Steven Zaillian
Cast: Daniel Craig, Rooney Mara, Christopher Plummer

Se Balaguerò e Plaza girano il buon "[Rec]" e, già l'anno successivo, quelle pippe degli americani lo rifanno in un'operazione commerciale made in USA col titolo "Quarantena", mi indigno e mi deprimo. Se Raimi realizza due bei film su Spider-man (il terzo molto meno) e, dopo appena qualche anno, la Columbia decide di rifare tutto rebootando la saga dell'Uomo Ragno attraverso un progetto che, nell'idea e dai trailer, sembra aggiungere o rinnovare poco del personaggio, rimango perplesso. Se i fratelli Pang si mettono a rigirare il loro "Bangkok dangerous" con budget americano solo per dare un nuovo parrucchino a Nicolas Cage, sputando così addosso all'ottima pellicola che avevano realizzato in Thailandia, mi chiedo: ma 'sti maledetti soldi quanto possono rincoglionire le persone?! Anche se, sopra tutti, non riuscite ad immaginare la mia poco entusiasta reazione all'apprendimento, tempo fa, della notizia che Spike Lee intende rifare il magnifico "Oldboy" di Chan-wook Park? Si era addirittura fatto il nome di Will Smith (!), ora almeno rimpiazzato con quello di Josh Brolin...
Eppure, nonostante questi scempiosi esempi, prendersela sempre e comunque con gli americani che rigirano film a cazzo, mi pare un'idiozia. La gente, giusto così, per partito preso, si lamenta e vorrebbe crocifiggere questo o quel regista per aver realizzato un remake di una pellicola straniera di cui non doveva esser fatto nessun remake. Cosa comunque vera, nella maggior parte dei casi. Ma non sempre.
Perché se David Fincher, a soli due anni di distanza da "Uomini che odiano le donne" di Niels Arden Oplev, se ne esce con "Millennium - Uomini che odiano le donne", rifacimento dell'appena citato film svedese tratto dal primo capitolo della trilogia letteraria di Stieg Larsson, la reazione immediata è sì di dubbio e stupore, ma destinati poi a mutare durante la visione quando ci si rende conto che in realtà l'approccio adottato dal regista americano è ben differente da quello di Oplev e che, forse, questo remake non ha semplicemente l'intenzione di essere una fotocopia dell'altro.
I due prodotti sono infatti sì basati sulla stessa storia e sono, di conseguenza, due film ovviamente confrontabili l'uno con l'altro, ma è pure innegabile il fatto che Fincher sceglie sin da subito di affrontare l'adattamento del romanzo di Larsson con un'impostazione thriller maggiormente autoriale, registicamente più moderna e personale rispetto a quella più classica di Oplev.
Prima di replicare situazioni narrative riprendendole banalmente dall'originale, Fincher e il suo sceneggiatore Steven Zaillian ("Schindler's list") analizzano l'opera di Larsson e la fanno propria, rimanendo fedeli al libro (forse anche più di "Uomini che odiano le donne"!), ma pure integrandone le tematiche in quelle della filmografia del regista di Denver. Dai lontani tempi di "Seven" fino a quelli più recenti di "Zodiac", Fincher è difatti sempre stato affascinato dalle menti contortamente lucide dei serial killer, specie se ossessionati da codici e simbologie che possono essere i sette peccati capitali, cifrature di lettere inviate alle redazioni dei quotidiani o nomi ebraici e riferimenti ai versetti della Bibbia.
Il Mikael Blomkvist di Fincher, reduce dalla condanna per diffamazione, è un eroe che tenta di risollevarsi, riprendersi e riemergere grazie al misterioso caso di Harriet commissionatogli da Henrik Vanger, un fulcro narrativo affine in ruolo a ciò che era il caso Zodiac per i protagonisti del film del 2007 o il progetto Facebook per il Mark Zuckerberg di "The social network". In compenso egli non ce la può fare senza l'aiuto di Lisbeth Salander, problematica hacker ribelle della quale, a differenza di quanto fatto in "Uomini che odiano le donne", il passato viene lasciato nell'ombra, probabilmente più che altro per riprendere gli aspetti che, parallelamente a quanto affrontato in "Seven", "Fight club" e "Il curioso caso di Benjamin Button", coinvolgono temi generici inerenti le difficoltà di adattamento e la sopravvivenza del singolo individuo nella società odierna.
Non è esattamente azzeccata la scelta di Daniel Craig per interpretare il protagonista (già però Michael Nyqvist non convinceva troppo nell'originale), ma non sono niente male gli altri attori che compongono il cast. Ai sempre validi Christopher Plummer e Stellan Skarsgard si affianca la giovane Rooney Mara nei panni di Lisbeth: forse dal punto di vista estetico la ragazza convince meno di Noomi Rapace, ma ad ogni modo dota con caparbietà il suo personaggio di un'apparenza forte e fragile allo stesso tempo, fascinosa per la sua abilità ed inquietante per i suoi disagi repressi.
Ma, al di là di ciò, abbiamo detto che "Millennium - Uomini che odiano le donne" vince soprattutto per il significato che assume nella filmografia di David Fincher, un significato che probabilmente rende questo lavoro più interessante e persino migliore del comunque buon originale svedese, in quanto dimostra di non essere un remake senz'anima (proprio nella recensione di "Uomini che odiano le donne" parlavo di thriller americani fatti con lo stampino). E questo perché Fincher ha voluto trasmettere un valido senso di cambiamento con la sua pellicola, un senso che gli ha permesso di realizzare, da un romanzo, un film suo e non semplicemente un film adattato da lui.

Millennium - Uomini che odiano le donneRecensito da Maurizio Macchi3,5
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