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The artist

di Matteo Contin | Inserisci un commento
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THE ARTIST
id.

 
2011 - 100 minuti

Regia: Michel Hazanavicius
Sceneggiatura: Michel Hazanavicius
Cast: Jean Dujardin, Berenice Bejo, John Goodman

Mi trovo in difficoltà a parlare di "The artist". Per evitare ogni polemica, dico sin da subito che il film si porterà a casa un sacco di Oscar (tutti meritati!) e che avrebbe meritato un'attenzione maggiore da parte dei distributori italiani che, come al solito, si dimostrano ciechi quando si ritrovano sottomano un film particolare ma con enormi potenzialità per poter piacere al grande pubblico.
Il film del francese Michel Hazanavicius è una bella scommessa nei confronti di un pubblico ormai oberato dall'oralità della narrazione televisiva, una scommessa che si traduce in un film muto - e in bianco e nero - che riproduce con fedeltà calligrafica il cinema degli inizi che si racconta in diretta nell'ascesa del sonoro e nel declino del muto, prendendo come modelli di riferimento la leggerezza di "Cantando sotto la pioggia" e il dramma di "Viale del tramonto".
Un'operazione non nuova quella di Hazanavicius, affrontata comunque anche in tempi recenti e - se vogliamo - persino con risultati migliori. Basti ricordare il "Dr. Plonk" di Rolf De Heer, un'operazione filologica che ricostruiva il cinema dei primi del '900 aprendo una finestra di inaspettata modernità cinematografica, oppure a "Juha", l'ultimo film muto del millennio diretto da Aki Kaurismaki, che eliminava il dialogo e la parola per ritornare ad una comunicazione (anche cinematografica) più profonda. Confrontato con questi film, "The artist" risulta essere notevolmente ridimensionato proprio per la sua scelta di non riflettere sulla macchina cinema o su un mondo pensato senza parole, con il limite in definitiva di porsi nei confronti dello spettatore solo come un giocattolo post-moderno.
Detto questo, c'è ad ogni modo da appuntarsi che "The artist" rimane un giocattolo ben realizzato, con una confezione perfetta (costumi, fotografia, musiche) e una storia semplice e che regge senza sforzi la durata del film. Hazanavicius costruisce un film dalla struttura solida, pur non avendo il coraggio di portare fino in fondo le proprie idee. Ne è un chiaro esempio l'incubo del protagonista che si ritrova senza voce in un mondo pieno di suoni, il momento migliore del film: perché non portare fino in fondo questa idea e mostrare anche sulla superficie del racconto il dramma che il personaggio vive? Il finale sonoro non fa che confermare il fatto che un cambio di narrazione a metà del film avrebbe giovato alla sua struttura, portando la storia su un binario più coraggioso e più adatto ad approfondire il personaggio.
Ne esce comunque magnificamente dal film la coppia di attori protagonisti: Jean Dujardin incarna in carisma e fascino un divo degli anni '20, dimostrando di avere il physique du role per diventare un attore poliedrico grazie alla sua capacità di spaziare dal ballo all'azione e dal dramma alla commedia, mentre Berenice Bejo sprigiona con eleganza ed ironia in ogni inquadratura in cui è presente.
Insomma, questo "The artist" è una buona pellicola, ma sembra anche un bella occasione sprecata. Con un po' più di coraggio, sarebbe potuto effettivamente diventare il vero capolavoro di cui tutti parlano.

The artistRecensito da Matteo Contin3,0
Questa e' l'opinione di Matteo Contin. I pareri del resto dello staff:
Maurizio Macchi
Marta Mischiatti  n.v.
Matteo Ruzza  n.v.

Responses || Discussion || Debates || Commentaries

Ci sono 1 commento | Inserisci un commento

  1. Commento inserito da Mau:

    Premesso che “The artist” è un film molto bello, narrativamente e stilisticamente validissimo (a parte forse una fotografia un po’ troppo ‘perfetta’), ha ragione Matteo quando dice che solo dispiace non vedere approfondite le riflessioni linguistiche sul mezzo cinematografico.
    L’idea è quella che il film di Hazanavicius è un gran film, ottimamente realizzato e capace di piacere al pubblico, ma anche, a causa della carenza menzionata, un lavoro solo parzialmente concretizzato dal punto di vista filologico (cosa invece presente in quel “Dr. Plonk” di Rolf de Heer o in “Claire” di Milford Thomas, prodotti di certo minori (come budget, intendo), ma per molti versi più coerenti con sé stessi).
    Comunque, Dujardin magico e Berenice Bejo… ti lovvo.

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