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Enter the void

di Maurizio Macchi | Inserisci un commento
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ENTER THE VOID
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2009 - 161 minuti

Regia: Gaspar Noè
Sceneggiatura: Gaspar Noè
Cast: Nathaniel Brown, Paz de la Huerta, Cyril Roy

Se il cinema ha vissuto per cento anni e continua ancora a vivere, è merito di film coraggiosi e fuori dalla norma, film che non hanno paura di sondare il mezzo cinematografico in ogni suo angolo e di percorrerlo in ogni sua forma, film che sanno spingersi oltre, che sanno essere scomodi, che sanno farsi odiare, film talmente proiettati verso nuove frontiere dell'arte che non possono non lasciare spiazzato il pubblico a lui contemporaneo.
Immaginate se non fossero esistiti i lavori di Kubrick, di Tarkovskij o di Jodorowsky, o se, fra i film degli ultimi decenni, non ci dovessero esser stati quelli di Lynch, di Haneke, di Von Trier, di Sokurov, di Aronofsky e di mille altri cineasti alternativi. Cosa succederebbe se le sale fossero inondate solo di stupide commedie, di horror prodotti in serie e di drammi sacrosantamente politically correct? Sicuramente il cinema morirebbe.
Gli schermi invece letteralmente esplodono sin dagli straordinari titoli di testa di "Enter the void", titoli epilettici, provocatori ed estremi che aprono il nuovo lavoro dell'argentino Gaspar Noè. Quest'ultimo continua la sua filmografia di sperimentazione dopo "Seul contre tous" e "Irreversible" spingendosi ulteriormente in là con l'intenzione di voler realizzare - cito - un melodramma psichedelico, una pellicola che dalla prima all'ultima inquadratura, per ben due ore e mezza (!), è un ardito trip lisergico che non lascia nessuno scampo a chi guarda.
Col suo susseguirsi tecnicamente ineccepibile di montaggi avanguardistici, accostamenti musicali ultra-sperimentali (si va dalla techno a Bach) e spunti visivi di bui squassati da luci al neon, apparizioni allucinogene e veri e propri colpi di scena estetici, il film parte mettendoci negli occhi di una soggettiva ininterrotta (di quasi mezz'ora!) che ci conduce ad una storia costruita sulla droga e distrutta dalla droga stessa.
Il racconto è un racconto già deragliato in partenza, un racconto cupo e inesorabile, sporco ed allucinato che vede al centro due fratelli orfani - Oscar e Linda -, sprofondati nei bassi quartieri di Tokyo, lui come spacciatore, lei come stripteaser. La narrazione delle loro vite è il viaggio mentale che Noè promette allo spettatore, un viaggio che, a partire dall'uccisione di Oscar, ripercorre il passato in flash-back affiancati, rivoltati e sovrapposti. Come se fossimo uno spirito che aleggia sopra la capitale giapponese (i riferimenti al Libro tibetano dei morti si sprecano), veniamo trascinati avanti e indietro nello spazio e nel tempo, in vortici che ci allontanano, ci riavvicinano, ci riportano al centro della storia e ci lanciano nel futuro dei protagonisti.
E' comprensibile l'odio che proverà la gran parte di coloro che vedranno "Enter the void", magari accusando Noè di sperimentalismi sterili o di ingiustificata vuotezza dei personaggi, ma ciò significa solo non voler leggere fino in fondo la pellicola. E' vero, infatti, che essa non si prende a cuore i suoi protagonisti, che rimane un po' dispersiva nella progressione narrativa e che si concentra prevalentemente sul coinvolgimento negli effetti psichedelici piuttosto che nei risvolti psicologici, ma, se analizziamo tali elementi da un punto di vista metafisico, è chiaro come l'intenzione del regista sia esattamente questa.
Abbiamo detto più su che "Enter the void" è un puro trip allucinogeno che Noè promette al pubblico e ciò non vuol dire che per forza di cose questo trip dev'essere esclusivamente bello, del tutto brutto oppure più o meno piacevole. Il concetto è però comunque semplice: ognuno si siede sulla poltrona, si cala un acido cinematografico e vive quest'esperienza che il regista propone. Se la prima parte è più coinvolgente, onirica, se alcune sequenze sono inaspettate e scioccanti, altre vuote, o, ancora, se nel finale ci si comincia a sentire un po' nauseati e si desidera che tutto finisca, significa che Noè ha centrato l'obiettivo.
Il suo melodramma psichedelico nato dalla visioni avute dopo aver realmente assunto droghe prima di lavorare (Roger Corman docet) lascia un segno indelebile nella mente dello spettatore, proprio come un vero trip lisergico, capace di regalarti esperienze extra-sensoriali, di assorbirti in percezioni oniriche inaspettate e scioccanti, per poi darti un senso di vuoto, per rifarti decollare, precipitare, desiderare la fine e, per ultimo, lasciarti, sconvolto, estenuato e senza parole, seduto sulla tua poltrona.

Enter the voidRecensito da Maurizio Macchi3,5
Questa e' l'opinione di Maurizio Macchi. I pareri del resto dello staff:
Matteo Contin  n.v.
Marta Mischiatti  n.v.
Matteo Ruzza  n.v.

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