Dimensions of dialogue

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DIMENSIONS OF DIALOGUE
Moznosti dialogu


1983 - 12 minuti

Regia: Jan Svankmajer
Sceneggiatura: Jan Svankmajer
Cast: -

Presentato nel febbraio 1983 al Festival di Berlino dove vinse il premio per il Miglior Cortometraggio e dove ricevette una Menzione d'Onore, Moznosti dialogu, internazionalmente noto col titolo inglese "Dimensions of dialogue", è un folgorante corto di poco più di dieci minuti diretto dal maestro della stop-motion Jan Svankmajer. Passato inoltre pure per il prestigioso Annecy International Animated Film Festival dove si aggiudicò il Grand Prix, il film è di una bellezza grandiosa, interamente realizzato a passo uno attraverso l'eccezionale avvenirismo a cui regista ed animatore praghese ci ha da sempre abituati.
Se però la visione rende estatici per la squisitezza artistica delle immagini e delle animazioni, "Dimensions of dialogue" può risultare un po' più difficile nella comprensione. Per facilitarci il lavoro e goderci fino in fondo i significati di questo capolavoro di Svankmajer, possiamo però partire dal titolo e dai nomi dei tre segmenti che compongono la pellicola. Nonostante la libera traduzione "Dimensions of dialogue", e cioè Dimensioni del dialogo, letteralmente Moznosti dialogu significa Possibilità di dialogo (il titolo francese, ad esempio, è già un più fedele Les possibilites du dialogue). Le tre parti si chiamano invece Exhaustive discussion, Discussione esaustiva (in originale Dialog vecny, Dialogo infinito), Passionate discourse, Discorso appassionato (stesso senso dell'originale Dialog vasnivy) e Factual conversation, Conversazione effettiva (in originale Dialog vycerpavajici, Dialogo estenuante). Dunque il dialogo e la comunicazione sono l'elemento centrale delle trattazioni tematiche del film, e più in particolare le possibilità di dialogo, identificate in tre contesti differenti.
Il primo di questi contesti, quello di Exhaustive discussion, è quello storico ed attraversa le tre rivoluzioni produttive dei settori primario, secondario e terziario. Le tre entità che sono in gioco in questa prima parte sono difatti delle forme umane composte, come in un dipinto di Arcimboldo, rispettivamente da assembramenti di ortaggi ed altri vegetali dell'agricoltura, utensili e componenti dell'industria e materiale da scrivania per uffici. Nel primo incontro fra il primario e il secondario, il secondario ingurgita il primario, tagliando un cetriolo con un rasoio, sminuzzando un melograno con delle forbici, distruggendo un cavolfiore con delle chiavi e così via, giungendo infine ad un ibrido che rigenera una rinnovata figura agricola. Analogamente, in un nuovo incontro, questa volta fra secondario e terziario, il terziario divora il secondario, assorbendolo e dando vita ad una nuova sua versione. Gli incontri sono poi ancora diversi e, man mano che si procede, le tre rivoluzioni continuano a mescolarsi e a rigenerarsi, mescolarsi e rigenerarsi, fino a diventare un miscuglio indistinto che fagocitando sé stesso, ricrea sempre un nuovo, ennesimo sé stesso. Svankmajer, a questo punto, pare voler chiedere: queste fusioni che ogni volta ridefiniscono l'uomo sono il frutto di unioni (non certo indolori) che ci migliorano effettivamente o solo un fenomeno reiterativo che sostanzialmente ci fa progredire meno di quanto pensiamo? Dubbio semplice, risposta ardua. Ad ogni modo, per notare pure la molteplicità semantica dell'opera, porto all'attenzione anche un'altra chiave di lettura: quella di valenza anti-socialista (non dimentichiamoci che Svankmajer è cresciuto - fisicamente ed artisticamente - a Praga, nella Cecoslovacchia socialista, Paese sotto l'influenza diretta del regime comunista sovietico) attraverso la quale il regista mostra che le persone non sono solamente robotiche pedine di uno specifico settore produttivo, ma soggetti viventi e pensanti che per esprimersi hanno bisogno di sentirsi singoli uniti al di là di ogni divisione.
Passionate discourse esplora invece una dimensione più personale dell'uomo, quella della famiglia. Riprendendo la creta che userà, per esempio, anni dopo in "Darkness light darkness", Svankmajer mostra un sensuale amplesso fra un uomo ed una donna dal quale nasce, come ovvio, un bambino. Quest'ultimo viene però respinto sia dal padre che dalla madre e questo respingimento provoca prima un banale batti e ribatti, poi una vera e propria lite che porta alla distruzione di tutti i corpi. Chiaramente questa plausibile dimostrazione di rapporti familiari può anche essere intesa più approfonditamente, da un punto di vista metaforico, come un racconto politico. Abbiamo infatti due diverse parti che, in estrema simbiosi, creano qualcosa. Dopodiché, vuoi perché né una né l'altra si ritengono soddisfatte o vuoi per altri ipotetici motivi, il loro prodotto viene rifiutato, una lo passa all'altra e viceversa, nascono screzi, lotte, finché entrambe le parti distruggono la loro creazione e sé stesse. Semplice ma illuminante.
Il terzo ed ultimo segmento, infine, è quello più surreale (non che comunque gli altri non lo siano, anzi...) ed ha per protagoniste due teste, appoggiate su un tavolo una di fronte all'altra. Dalla bocca della prima spunta uno spazzolino da denti e da quella della seconda un tubetto di dentifricio, che compensa la richiesta. La seconda risponde allora con una fetta di pane, prontamente spalmata di burro dall'altra testa. E così via, una scarpa coi lacci e una matita con un temperino. Le due teste però poi si scambiano di posto e se la prima offre il pane, l'altra risponde spalmando il dentifricio, se offre lo spazzolino, esso viene temperato, eccetera eccetera, in accoppiamenti di oggetti con risultati sempre più grotteschi che portano le due teste allo sfinimento. Factual conversation, che qualcuno potrebbe superficialmente vedere come una bizzarra morra cinese, può essere letto - ricollegandosi tematicamente anche con quanto già illustrato nel primo segmento - direttamente in un contesto politico e sociale, più specificatamente in ambito di gestione delle risorse umane. L'ideologia socialista che imperava in Cecoslovacchia infatti imponeva e controllava in maniera stretta le professioni delle singole persone, escludendo ogni valorizzazione dei talenti personali. Analogamente, questi frangenti conclusivi del film mostrano due soggetti che, se sono al posto giusto (fanno ciò per cui sono portati) riescono a compiere le azioni corrette (ad esprimere le proprie capacità), ma se sono scambiati di posto (forzati ad essere ciò che non sono) giungono stancamente a risultati errati (riducono la loro efficacia e dunque la produttività).

Questa è l'opinione di Maurizio Macchi. I pareri del resto dello staff:
Matteo Contin  n.v.
Marta Mischiatti  n.v.
Martina Macchi  n.v.

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