Il settimo continente

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IL SETTIMO CONTINENTE
Der siebente kontinent


1989 - 104 minuti

Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Cast: Dieter Berner, Birgit Doll, Leni Tanzer

Ci sono registi buoni - per non dire ottimi - che riescono a piacerci e ad assorbirci talmente tanto attraverso i loro lavori tanto da farci venir voglia di recuperarne subito l'intera filmografia. Ecco, questo recentemente a me è successo con un autore come Michael Haneke, nato a Monaco di Baviera nel 1942 da padre regista e madre attrice, vissuto a lungo a Vienna dove si è laureato in filosofia e psicologia e che ha iniziato la sua carriera prima come critico cinematografico, poi come regista televisivo. E' nel 1989 che fa il suo esordio nel mondo del cinema, anno in cui dirige "Il settimo continente", pellicola a metà fra il drammatico e il thriller che è anche il primo capitolo dell'informalmente detta trilogia della glaciazione (gli altri due film sono "Benny's video" e "71 frammenti per una cronologia del caso").
Il problema di quando un cinefilo si mette a recuperare le filmografie dei suoi beniamini è che spesso, quando si trova a dare un'occhiata ai primi lavori (magari low-budget, magari ancora poco pregni di quello che sarà successivamente lo stile che tanto si ama), si trova a sorbirsi film di dubbia qualità (vedi per esempio il primo Lars Von Trier). E' incredibile però il modo in cui questo non succede con Haneke: sin da questo iniziale "Il settimo continente" l'autore austriaco non sbaglia e rivela sin da subito la sua sensazionale capacità di ideatore, scrittore e regista.
La trama è elementare, ma non la voglio riportare qui per non rovinare la visione a chi non avesse ancora recuperato questa pellicola. In compenso, fra i primi commenti che si possono fare dopo aver terminato la visione (e chi ha visto il film sa di cosa sto parlando), c'è il dubbio: quello a cui ho assistito è la semplice storia narrata da uno psicopatico della sfiga che ha voluto far incontrare e sposare due psicopatici oppure è già il primo gioiellino-provocazione di Haneke? Mi pare ovvio che la risposta in cui mi ritrovo di più è la seconda.
Ciò che infatti "Il settimo continente" ci fa vivere è un thriller asciutto ma scioccante dal punto di vista narrativo, ma soprattutto una feroce critica alla borghesia dal punto di vista simbolico. E non è un caso che i simboli sono fra gli elementi più importanti di questo film, un film che sembra contenere poco o niente ma che invece rivela valutazioni e significati in ogni scena, vuoi semplicemente in determinati oggetti, vuoi nelle azioni che vediamo compiersi sullo schermo. Haneke non si riserva nessuna pietà nei confronti della famiglia protagonista del film (e dello spettatore) e sfocia in sequenze visivamente povere ma psicologicamente intense, efficaci, non di rado violente nella trattazione delle tematiche di fondo. Come possono non essere emblematiche - e qui sto parlando di nuovo a coloro che hanno visto il film - la scena dei soldi gettati nel water, la scelta del regista di far sopravvivere il televisore fra tutti i beni distrutti oppure quella di riprendere o meno i volti dei personaggi a seconda delle occasioni? E come può non essere apprezzabile anche la provocatorietà stilistica di Haneke, che si trova ad accostare una narrazione con questi contenuti ad una regia fortemente asettica e minimalista (che caratterizzerà molto la prima parte della sua filmografia)?
C'è inoltre da dire che di certo "Il settimo continente" e questa sua particolare messa in scena beneficiano molto pure grazie ad una fotografia povera (probabilmente, oltre che per scelta, anche un po' per questioni di budget) ma proprio per questo efficace ed alle asciutte interpretazioni attoriali del cast (la Doll tra l'altro somiglia incredibilmente a Juliette Binoche!).

Questa è l'opinione di Maurizio Macchi. I pareri del resto dello staff:
Matteo Contin  n.v.
Marta Mischiatti  n.v.
Martina Macchi  n.v.

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