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Institute Benjamenta, or this dream people call...

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INSTITUTE BENJAMENTA, OR THIS DREAM PEOPLE CALL HUMAN LIFE
id.

Gb/Giappone/Germania, 1995 - 104'

Regia: Stephen Quay, Timothy Quay
Sceneggiatura: Alan Passes, Stephen Quay, Timothy Quay
Cast: Mark Rylance, Alice Krige, Alice Krige

La prima avventura al di fuori dei confini ristretti del cortometraggio (misura artistica congeniale ai due eccentrici fratelli statunitensi) sfocia in un risultato particolare ma riuscito a metà. Il feature film ha le sue regole e le sue peculiarità, per un autore di film brevi non è certo facile ed immediato adattarvisi. L'Istituto Benjamenta (che prende il (cog)nome dai due fondatori, fratello e sorella) è una scuola per domestici al cui interno vengono impartiti insegnamenti robotici ripetuti all'infinito. La sua architettura, inizialmente chiara, si complica sempre più fino a divenire pura astrazione labirintica (stanze nelle stanze, corridoi moebiusiani, ingranaggi insensati). D'altronde anche la narrazione, che in un primo momento sembra volersi porre degli scopi e un cammino programmatico (un enigma nei titoli di testa, la voce narrante che si propone di raccontare una fiaba), si perde (volutamente) in una pura rotazione spiralica priva di riferimenti razionali e chiarezza lineare. Ogni qualvolta ci sembra di afferrare intuitivamente qualche appiglio per uscire dal mare del caos irrazionale, la coppia di registi ci sommerge nuovamente con onde di puro delirio onirico-visivo.
Il protagonista, Jacob, è un aspirante domestico, la sua ammissione all'istituto è il principio di una serie di inquietanti scoperte, riflessioni esistenziali ed eventi surreali. E' difficile persino riassumere un filo narrativo in questo calderone di idee (forse troppe) che ci soffiano in faccia come un vento gelido e ci lasciano colpiti e tremanti.
La fotografia e l'attenzione maniacale per i particolari sono i veri punti di forza della pellicola (già consolidati nei lavori precedenti). Viti, polvere, orologi, fili, forchette, prendono una nuova vita nell'iperzoom fantasioso dei Quay, ogni minuscolo e insignificante oggetto sembra essere collegato meccanicamente ad un altro fino a formare una macchina infernale, insondabile, lugubre. I lampi di luce costanti, che paiono ripetersi ciclicamente come se vi fosse un faro invisibile, ci catapulatano in un sogno stroboscopico. Le atmosfere kafkiane unite ad una chiara rivisitazione dell'oggettistica di Svankmajer fanno da base ad una costruzione gotica (ma con spunti noir), surrealisticamente claustrofobica, assolutamente originale ma di difficile(diciamo impossibile?) comprensione nelle sue linee essenziali.
Per gli amanti dei film d'arte o semplicemente della sperimentazione artistica (nonchè per gli estimatori di questi due straordinari registi) questo prodotto potrà apparire interessante e ben confezionato. Per tutti gli altri sarà un'esperienza per lo meno sconvolgente.
Avvisati.

Questa e' l'opinione di Matteo Ruzza. I pareri del resto dello staff:
Matteo Contin  n.v.
Maurizio Macchi  n.v.
Marta Mischiatti  n.v.

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